Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

A personal portrait of Marilyn. VIII


Oggi Marilyn avrebbe compiuto 83 anni. Questo ottavo post che le dedico è un modo per omaggiarla e farle gli auguri.
La voce di Marilyn. Ne vogliamo parlare?
Troppo spesso la si è accantonata semplicemente come la solita svampita del cinema americano, quando in realtà la sua voce sapeva modularsi in un florilegio di toni a seconda del personaggio o della scena. Quella vocina assurda, infantile che in un attimo poteva abbassarsi di due toni e tramutarsi nella sensualità della femme fatale. Lorelei è veramente un’artista in questo senso. Una manipolatrice irresistibile, che si trasforma in ciò che l’uomo (danaroso) desidera che lei sia. «Divento intelligente quando mi serve. Ma al più degli uomini non piace». Lorelei/Marilyn ribalta così paradossalmente il mito maschilista della svampita, se lo cuce addosso per uscirne in realtà vincitrice e ottenere il proprio guadagno. E fa tutto questo col nostro beneplacito, perché con quella voce e quella bocca – per parafrasare un vecchio carosello – poteva dire tutto.
Dal frasario sconnesso e febbricitante di La tua bocca brucia al tono sensualissimo, felino e crudelmente pericoloso di Rose alle affermazioni assurde della ragazza del piano di sopra che fa invaghire Tom Ewell sino a Sugar. Due personaggi che le permettono di sfoderare quell’autoironia per cui era famosa anche al di fuori del set (se ne riparlerà). Quando Sugar si chiede come sia possibile che una sardina di un metro e mezzo possa finire in una scatola sottolio! O quando la Ragazza racconta orgogliosamente delle sue foto “artistiche”, coi “gavitelli”, lo spettatore capisce benissimo di cosa si tratti, eppure quasi si lascia trasportare da quella squisita ingenuità e le da credito illimitato. Ma soprattutto la sua reazione di fronte all’assalto di Tom Ewell: per nulla sconvolta, ribatte con una naturalezza che lascia spiazzati che le succede sempre. C’è in quella battuta la consapevolezza del proprio fascino e al contempo la sua canzonatura, perché è bene non prendersi mai troppo sul serio.
Dal punto di vista canoro la celebrazione di questo infiammabile binomio la si trova soprattutto in Diamonds are a girl’s best friend, in cui l’interpretazione oscilla magistralmente tra piccanti strizzatine d’occhio e buffe espressioni, tra voracità sessuale ed uscite da svampita infantile. Tramutando quella vocina ingenua in sensualità pura e viceversa, Marilyn faceva sposare la sensualità allo spirito, realizzando una fantasia maschile (apparentemente) contraddittoria: una donna che è al tempo stesso maliarda intraprendente e giovane amante devota al suo uomo, cui chiede protezione e amore, cui chiede di essere il suo «daddy», (un ruolo che anche Norma Jeane, nella vita reale, faceva suo con un’intensità purtroppo destinata alla tragedia).

When it gets hot like this, you know what I do? I keep my undies in the icebox!
The Seven Year Itch (Billy Wilder, 1955).

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3 risposte a “A personal portrait of Marilyn. VIII

  1. testabislacca 2 giugno 2009 alle 3:22

    Stasera sono stata in un locale che aveva una parete “affrescata” con il volto di Marilyn.
    All’uscita da cinema, dove ho visto “Uomini che odiano le donne”.
    Poi dirò.:-)

  2. MrDAVIS 7 giugno 2009 alle 13:02

    La sua voce…é un peccato che pochi la conoscano ma una delle più sensuali, calde ecoinvolgenti che mai ho ascoltato.
    Sia quando cantava sia quando recitava sia quando parlava.

  3. NoodlesD 8 giugno 2009 alle 14:56

    testa, una bella parete allora. L’ho visto anche mi Uomini che odiano le donne e ne ho detto ahah. 😛

    Davis, ben detto. Sarebbe la melodia perfetta per ogni momento della vita.

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