Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

A personal portrait of Marilyn. VII

Non solo immagini della diva, ma anche immagini sulla diva. La malia iconica di Marilyn è così potente da imprimersi a fuoco anche su eventi in cui lei non compare effettivamente. A costo di sembrare lugubre ce un’immagine che mi ha sempre colpito molto, uno di quegli scatti in cui il fotografo ha colto in un clic un’intera storia. C’è Di Maggio ritto in piedi davanti alla porta della casa di Marilyn, davanti al feretro appena caricato in macchina. Il volto dell’ex campione è in lacrime, praticamente distrutto. C’è in quello sguardo forse il più alto esempio di pietà e amore che qualcuno abbia mai provato per Norma Jeane. Pare che negli ultimi tempi si fossero riavvicinati (Marilyn era sempre in contatto telefonico col figlio di Joe). Certo Di Maggio era uomo d’altri tempi, la sua accusa al mondo hollywoodiano di aver ucciso Marilyn è forse un po’ eccessiva, anche se contiene qualche nucleo di verità. Tuttavia, si sa, io sono uno cui piacciono le storie romantiche, specie se amare. E il fatto che Di Maggio si sia incaricato del funerale, che abbia voluto una cerimonia privata, escludendo tutte le “iene” di quel mondo di celluloide che era stato il sogno di Norma Jeane (raccontato meravigliosamente da Joyce Carol Oates in uno dei suoi capolavori), lo leggo sempre e soprattutto come un sincero atto d’amore, l’ultimo. E Di Maggio è stato anche l’unico dei suoi amanti a non rivelare nulla del loro rapporto, né in vita né dopo la morte dell’attrice. Marilyn sosteneva fosse stato il suo più grande amante. Il fatto che dopo il divorzio si fossero avvicinati fa capire che c’era tra loro qualcosa di profondo che non poteva diventare istituzionalizzato perché, gioco forza, appartenevano a due mondi diversi. Due sistemi di pensiero opposti, pur avendo molto in comune. Con Di Maggio Marilyn (o forse sarebbe meglio dire Norma Jeane) condivideva una semplicità d’animo e di gusto che invece non era riuscita a stabilire con Miller, autore venerato ma anche uomo incomprensibile per lei. Ma tra Di Maggio e Norma Jeane c’era Marilyn. E con lei un intero Olimpo divistico, poco apprezzato dal ragazzone della profonda America immigrante.

Arthur però capiva (e apprezzava) quella malinconia di Marilyn. Non pretendeva la donna felice e spensierata, tanto da dedicarle poi quell’ultimo film da lei interpretato e che le somiglia moltissimo. O meglio somiglia moltissimo a quella che doveva essere Norma Jeane (vista da Miller ovviamente).
Di Maggio resta però forse l’uomo che l’ha amata di più. Sono celebri ormai quelle tre parole ripetute per tre volte che lui pronunciò sul suo feretro mentre veniva accompagnato fuori per l’ultimo viaggio. Sono addirittura finite sui giornali, ultima vampirizzazione di quel processo che Joe avversava?
Augias, nel suo libro I segreti di New York, nel capitolo dedicatole scrive che il giorno dopo la morte fu trovata questa lettera – incompiuta – di Marilyn: «Caro Joe, se solo riuscissi a renderti felice, sarei riuscita nella cosa più grande e difficile che ci sia – cioè rendere una persona completamente felice. La tua felicità vorrebbe dire la mia, e…». Il grado di infelicità cronica dell’animo di Marilyn aveva trovato un via di fuga (probabile) nell’essere artefice della felicità altrui, sperando forse così di trovare di riflesso anche la sua. Ma il fallimento cui pare fosse condannata nei rapporti con gli uomini la doveva smentire amaramente.
E se vogliamo parlare – e chiudere – col romanticismo allora forse il segno più indelebile della sincerità di questo sentimento sono quei mazzi di rose che per vent’anni, ogni settimana, una fioraia fu incaricata di portare sulla tomba di Marilyn su richiesta di Joe (una promessa che lui le aveva fatto quando erano sposati).

I gesti romantici, le promesse d’amore che vanno oltre il tempo e tengono fede a se stesse. È quel genere di cose che rende la vita più intensa, che edifica orgogliosamente sull’ignoto che tutti attende un marchio indelebile della propria volontà.
Eros e Thanatos si studiano da millenni. E quand’anche la morte pretendesse di inghiottire tutto, resta sempre una spia a collegare i due mondi. Fosse anche un semplice mazzo di fiori, ogni settimana.

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10 risposte a “A personal portrait of Marilyn. VII

  1. XorlandoX 28 maggio 2009 alle 12:09

    io credo che joe provasse quel tipo di amore che si prova testardo e cieco per le persone che non si capiscono. lottare contro il mestiere di Norma/M era praticamente il suicidio del loro rapporto, dato dal non capire che recitare non era un lavoro quanto l’unico modo in cui Norma poteva costruirsi un’identità, altrimenti sempre spinta dalla sua storia a pensare di non esistere, semplicemente. diventare attrice era stato l’unico modo per lei di iniziare a vivere come essere umano, come persona; credo che sia per questo che appunto Vive, Respira ancora oggi attraverso le sue fotografie e i suoi film, si faceva parte integrante, viva, del processo visivo.
    poi non ho mai capito se lui l’abbia mai picchiata davvero o meno, di certo si é pentito per tutta la sua vita dei propri errori, eppure ha proprio lo sguardo di chi ama disperatamente qualcosa che non riesce a fermare, a capire.

    p.s. devo decidere cosa regalarmi per il compleanno, da un pò sbavo sul librone nerd della glatzer, i 45 euro valgono?

  2. testabislacca 29 maggio 2009 alle 22:21

    Ma tu vuoi mettere lo spirito sincero e romantico degli italiani?
    Seriamente, spesso mi sono sentita simile a Marilyn. Ovviamente per quel che riguarda quell’infelicità cronica che la portava a non avere rapporti sereni e duraturi con gli uomini.
    Non è per niente bello.
    Ciao Nood.
    Stasera mi hai riportato Carter. 😉

  3. MrDAVIS 29 maggio 2009 alle 23:29

    Miller purtroppo con le affermazioni dopo la sua morte mi è caduto in basso. Di Maggio invece l’amava in un modo così vero e sincero che mi facevano tenerezza: quando divenne geloso di quella gonna bianca che si alzava, un episodio futile forse ma che faceva capire il suo straordinario sentimento verso quella che per lui era semplicemente la sua donna. E che quindi voleva difendere a tutti i costi.

  4. NoodlesD 30 maggio 2009 alle 14:17

    XorlandoX, be’ si il problema era proprio come tu lo descrivi: Norma tentava di completarsi proprio attraverso la recitazione, attraverso Marilyn – anche se già questa era una bella contraddizione.
    Il libro della Glatzer non è male, soprattutto è una delizia per i memorabilia e le foto e le copie fotostatiche di scritti e cose varie di MM. (ci dovrebbe essere una semirecensione in uno di questi omaggi a MM).

    testa, eh si in questo era assai umana. si può empatizzare facilmente con Norma, più che con la “svampita” Marilyn.
    Carter è un bravo guaglione.

    Davis, concordo al massimo. Le dichiarazioni successive di Miller non sono da lui. Paradossalmente l’intellettuale che dovrebbe essere più profondo e capire di più la natura umana ha seguito una linea di condotta (nei confronti di Marilyn) moralmente assai più discutibile.

  5. XorlandoX 30 maggio 2009 alle 17:01

    mah, la gelosia verso la scena di Quando la moglie va in vacanza non riesco a vederla come segno di un gran sentimento quanto un cieco possesso. il momento in cui M è andata in Corea è stato percepito da entrambi nel modo più opposto, lei felice come una pasqua, lui nero dalla rabbia. proprio non ci arrivava. ecco, credo che la differenza rispetto a Miller sia stata che Di Maggio l’amava ciecamente. per questo non l’ha capita e per questo ha continuato a amarla fino alla morte, a inseguirla. Miller invece condivideva con lei il lato artistico del lavoro, ci ha vissuto tre anni, le battute da personaggio scarso e deludente che ha saputo tirare dopo la sua morte mi sembrano la copertura a un’esperienza che non sapeva più descrivere.
    vabbè ma sono anche di parte, le foto di M con Miller sono quelle secondo me in cui lei è più incantevole.

  6. latendarossa 31 maggio 2009 alle 11:28

    Bellissime le tue parole, Nood questo post è un vero e proprio atto di introspezione psicologica. Mi viene spontaneo citare il titolo di questo blog, “nessuno t’amerà mai come t’ho amata io” forse era proprio questo il senso del sentimento che unvia Di Maggio a Marilyn o per meglio dire, come scrivi anche tu, a Norma Jean. Un legame per un’altra persona, se è veramente forte e sincero, “resta” al di là di tutto.

  7. Yzma 31 maggio 2009 alle 22:42

    gesti romantici, le promesse d’amore che vanno oltre il tempo e tengono fede a se stesse. È quel genere di cose che rende la vita più intensa,

    sì, è possibile (anche se personalmente avrei considerato di maggior valore un fiore di campo lasciato senza scadenza fissa di tanto in tanto dalla sua mano, ma questo credo sia davvero eccessivamente romantico)

    un saluto

  8. testabislacca 1 giugno 2009 alle 2:01

    Carter è nu buon guaglion, crede ancor all’ammor…
    🙂
    Meglio sparare qualche scemenza che altro.
    Notte, Nood.

  9. NoodlesD 1 giugno 2009 alle 19:48

    XorlandoX, si indubbiamente la gelosia di DiMaggio era innanzitutto un tratto “italiano” ineliminabile in un immigrato di seconda generazione, ma più che possesso credo che alla base ci fosse proprio una diffidenza – dovuta proprio alla non-comprensione – di quel mondo cui Marilyn apparteneva. DiMaggio secondo me amava proprio Norma Jeane e non riusciva a ricondurla alle pose sexy e alla strabordante sensualità di Marilyn.

    tenda, grazie, mi fa molto onore quel commento. Sì, è vero e ti dirò che c’entra anche nel lato negativo: Di Maggio come Noodles probabilmente elevava Marilyn su un piedistallo che se le garantiva amore assoluto la privava però anche un po’ della sua indipendenza, della sua personalità. Di Maggio voleva amarla da solo, credo. Lontano dalla folla.

    Yzma, credo che la delega dipendesse anche dal contingente: essendo un ex campione ancora pieno di impegni avrebbe potuto “saltare” qlc settimana e invece così Joe si assicurava che la promessa fosse mantenuta sempre. E forse, ma è una mia ipotesi, andare di fronte a quella tomba poteva essere troppo doloroso, come riaprire continuamente la ferita della perdita.

    testa, la citazione danielesca è perfetta!

  10. zoestyle 2 giugno 2009 alle 8:56

    Hai notato la stranezza delle due date?

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