Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

Back from Paris

Quando ieri l’aereo si è alzato in volo da Orly un travaso di nostalgia mi ha preso proprio alla bocca dello stomaco. Fatto assai curioso, per me. In genere, per quanto mi piacciano le vacanze, quando riparto sono contento di tornare alla mia città, sono un napoletano-cozza. Per cullare questo mood ho acceso l’mp4 sparandomi a palla Trenet, Souchon e Constantin. Mi scorrevano davanti tutte le immagini, le foto, i paesaggi, i quadri e i quadretti della vita quotidiana parigina.
Sono tornato un attimo alla passeggiata lungo gli Champs Elyses. Quando, appena arrivato, ho visto sfilarmi accanto un paio di gambe che danzavano su tacchi vertiginosi facendo oscillare una gonna leggera. Il volto della donna non l’ho visto e la cosa conferiva all’evento la giusta magia. Ero per le strade della nouvelle vague e come se fossi in una pellicola mi ritrovo a fissare – dal vivo – questo carrello laterale à la Truffaut, inseguendo il puro movimento della bellezza (le jambes de femmes sont des compas…)
Pochi giorni dopo sono proprio andato a fare doveroso omaggio al Maestro. Perdonate la svolta macabra, ma non potevo mancare di passare per il cimitero di Montmartre e dare un saluto a François, con tanto di bigliettino lasciato sulla pietra tombale. Patetico? Un po’ sì, ma ero sinceramente commosso. Ero di fronte al luogo in cui riposa l’uomo cui devo alcune delle ore più belle della mia vita da spettatore, e le mani mi tremavano mentre scrivevo, mentre scattavo, mentre mi firmavo (Antoine c’est moi, ovviamente, suggeritomi dalla sorè).
Le immagini scorrono, ma in realtà viaggiare, visitare luoghi non ha senso se sei da solo. E io non ero solo, ça va sans dire. Avevo la più bella compagnia che potessi desiderare: la mia bellissima sorellina, Fra. Che non la vedevo da un anno e mezzo e stavo impazzendo ormai. Non posso vivere così lontano da lei, per la miseria. O meglio, finché son qui e chattiamo ogni giorno non mi sembra così difficile, ma poi appena la rivedo e le sto accanto e sento la sua voce e la sua risata, col suo sorriso inimitabile, ecco dico ma come cazzo faccio a tornarmene da solo senza vederla poi spesso?
E poi Vicky, che è ottima cuoca – no dico è riuscita a far mangiare me che sono un tale scassaballe pieno di fisse e intolleranze quando sono fuori! I suoi piatti erano deliziosi. E le battute! Uno dei capisaldi di questi giorni è stato il suo decalogo, invero assai gagliardo, specie il punto 9 – credo fosse quello, nel caso correggetemi. O Vicky in versione cappuccetto blu che faceva la sua figura.
Il resto è Parigi. E hai detto niente. Non riuscirei a trovare bene le parole per descriverla. Città magica? Banale. Paris je t’aime? Sala psichiatrica. Le due visite all’Orsay e al Louvre resteranno di sicuro nella top delle mie esperienze di viaggiatore culturale. Quando da lontano ho scorto la punta della Zattera della Medusa ho avuto una specie di shock estetico, chiamatelo sindrome di Stendhal, o di Noodles. Non immaginavo fosse così… enorme! Una tela gigantesca con quest’immagine apocalittica, un rovo di bocche digrignate, muscoli tesi, colori vitrei… una potenza coloristica spaventosa. Più della Gioconda se posso dirlo, mi perdoni il nostro Leonardo. Stessa sensazione provata di fronte alla Venere di Milo. Come dire l’assoluto femminile nella sua apoteosi plastica, scavata nel marmo. Un conto è memorizzarla dai libri, tutt’altro trovarsela di fronte, uno scrigno di bellezza in diretta da un passato millenario, ti tremano la ginocchia, la vista ti si scioglie, come fossi colpito dritto negli occhi da un raggio di sole perpendicolare. Ad ogni modo, ci sono le foto. Pure dei quadri, sì, la cosa più inutile del mondo (fotografare i quadri, dico). A un certo punto m’aveva preso questa smania quasi giapponese, fotografavo tutto. Volevo competere con una vera giapponese che nella sala italiana immortalava persino il parquet del Louvre.
Per non parlare della Cinemateque, e quello che c’era dentro, e la mostra di Méliès, e la maschera della madre di Norman Bates, e l’attrezzatura dei Lumiere, il kinetografo… ero come un topo nella groviera. Col corollario di visite cinefile. Povera Fra che s’è dovuta sorbire tutte le robicchie di un ossessionato come moi. Dalle location di Amélie, quelle però su suo suggerimento, al cimitero di Montmartre, dalla vecchia sede della Cinemateque – che ho fotografato, ma non son sicuro sia davvero quella, i cartelli si perdevano a metà strada – al ponte Bir-Hakeim, dove ho tentato di imitare Brando con risultati abbastanza infelici. La sorè che ho visto finalmente per la prima a volta a lavoro mentre realizzava uno dei tanti sfondi per il desktop, sempre splendidi, con la sua maestria photoscioppica – il tema ovviamente era il signor Morgan, richiesto da un po’ e che ora mi saluta non appena accendo il monitor.
Ma l’evento straordinario devo dire, sono stato io stesso. E non per questioni egocentriche. È che per un miracolo non ancora ben chiaro ho trascorso giorni e giorni fuori senza che mi pungolassero le solite fisse, le ansie, le nottate. Macché. La sera cadevo come una mela matura! Troppi chilometri di giorno forse, eh? Diamine, giovedì abbiamo calcolato di aver percorso qualcosa come 11 chilometri in mezza giornata – escludendo le tre ore e mezzo passate a razzolare il Louvre! Arrivati a casa, io e la sorè eravamo due entità senza piedi praticamente! E pure il cervello era fuso: nel Louvre dopo tre ore e mezzo e dopo un dialogo senza capo né coda (stavo pensando ai quadri come sfondi del desktop, mi saltavano nella testa risoluzioni da 1024*800 e via dicendo). Era chiaro che dovevamo uscire da lì prima di iniziare seriamente a dar fuori di matto e tagliare le tele con le testate.
Di tutta la tranquillità, del divertimento spensierato devo ringraziare Fra e Vicky, c’è poco da fare. Le donne sono magiche no? Truffaut ci aveva ragione. A casa loro ero sotto l’influsso di una pozione miracolosa: niente fisse, solo divertimento, e rilassamento. Perché quando sei con la compagnia giusta anche una piccola cosa diventa preziosa. Non scambierei con nessun altro ricordo la serata (l’ultima) passata a guardare le puntate di Friends con Fra. I nostri gorgogli facevano concorrenza al tizio fumatissimo che abitava sotto di loro. Ah già, quasi me ne scordavo. C’era questo tipo, dall’Africa, che sparava da mattina a notte fonda musica reggae in loop. Cinque sei canzoni che andavano avanti a sfiancarti a ogni ora. Non c’era verso di fermarlo, ti portava all’esaurimento: una sera scorgo Fra che salta sul pavimento per chiedere silenzio. E aveva pure ragione! Fortuna che di giorno non c’eravamo mai. Povera Vicky, dico io.
Ci dovrebbe essere un finale ma il fatto è che quando mi allungo tanto poi finisco col non riuscire più a scorgere la meta e sarei capace di andare avanti a blaterare fino all’indecenza. Perciò lascio direttamente la parola a Trenet e ai suoi versi e alla sua musica il compito di congedarsi.

Le fotò.

Bonheurs fanés, cheveux au vent
Baiser volés, rêves émouvants
Que reste-t-il de tout cela?
Dites-le moi

Un petit village un vieux clocher
Un paysage si bien caché
Et dans un nuage le cher visage
De mon passé

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9 risposte a “Back from Paris

  1. sickfrances 5 maggio 2009 alle 21:23

    anche io ho cucinato!
    è stato un piacere, comunque.
    alla prossima :*

  2. UnoDiPassaggio 6 maggio 2009 alle 2:17

    Noo’, hai anche un bel viso. 🙂

  3. latendarossa 6 maggio 2009 alle 15:10

    Nood sei un grande, hai fatto benissimo a omaggiare Truffaut, credo che sarà una delle prime cose che farò anch’io quando ci andrò (grazie per questo bel gesto da un altro truffautiano). E’ bellissimo questo tuo resoconto, e ovviamente condivido la frase quando sei con la compagnia giusta anche una piccola cosa diventa preziosa.
    Hai fatto venire anche a me la nostalgia di Parigi (e delle sue donne), io che non ci sono stato… 😦

  4. steutd 6 maggio 2009 alle 19:13

    bello, l’omaggio a truffault… nella mia penultima visita sono stato alla mostra di guerre stellari, fantastica

  5. testabislacca 7 maggio 2009 alle 1:29

    Prima cosa: mi aspettavo un commento entusiastico di Marcello, e lui non mi ha deluso. 🙂

    Io sono stata a Parigi nell’ormai lontanissimo 1980: ero una giovincella. Conto di tornarci,però, e stavolta, insciallah, spererei anche nella compagnia giusta. 🙂
    Notte, Noodles.

  6. NoodlesD 7 maggio 2009 alle 15:21

    sorè, hai ragione, dimenticai la pasta alla vodka! Pardonne moi!

    UdP, grazie!

    tenda, grazie. Io è da giorni che ho la nostalgia. e non se ne va, sa. Vorrei tornare a Parì!

    steutd, grazie

    testa, la compagnia giusta è fondamentale. Io ce l’avevo ^^

  7. Allitterata 8 maggio 2009 alle 15:29

    Eh, come ti capisco. Son stata a Parigi a gennaio, mi sembra già troppo che non ci torno. Veder la primavera nel Marais, oh, che bello, veder gli angoli fioriti, il tempo bello, la magia che c’è solo là, che bello che deve esser stato.

  8. utente anonimo 9 maggio 2009 alle 15:26

    ma sai che l’ho visto il tuo messaggio? anch’io, nei miei quattro giorni a parigi, ho fatto un salto a vedere monsieur truffaut (ed una birretta al deux moulins -si era lì, si era camminato tantissimo e faceva un acldo da morire). credo sia parigi che faccia camminare tantissimo. macinato chilometri anch’io (e che rabbia trovare il musèe d’orsay chiuso….argh!)

  9. NoodlesD 11 maggio 2009 alle 18:20

    Parigi è piccola ahah. Il museo d’Orsay merita, merita.

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