Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

A personal portrait of Marilyn. V


Marilyn reading about The Method, a form of acting that was taught at the Actor’s studio in NY

Ci sono molte foto di Marilyn assorta in lettura. Concentrata, focalizzata. Mi piacciono perché sono la sineddoche iconica della sua caparbietà, del suo impegno. Marilyn era un’autodidatta sempre insicura delle proprie capacità (proprio perché autodidatta). Cercava disperatamente di recuperare l’irrecuperabile e la vera tragedia in tutto ciò è non essersi mai davvero accorta di quanto fosse brava e di quanto valesse, non solo come attrice. Il tallone d’Achille portato dietro da un’infanzia infelice, un matrimonio prematuro, eventi che l’avevano allontanata dallo studio costituiranno una delle più affossanti zavorre della sua insicurezza. Eppure, nonostante ciò, o proprio per questo, non mollava. Spesso si parla di lei come una viziata, una rinunciataria (l’ultimo gesto estremo fa da riflettore retroattivo su questa lettura). Non c’è dubbio che fosse una persona (e un’attrice) complessa e che la sua titubanza, la sua ossessione di ripetere all’infinito le scene finché non sentiva di averla azzeccata spesso metteva a dura prova la pazienza della troupe (un pensiero peregrino: e se Kubrick avesse incontrato Marilyn? Sarebbe mai uscito quel film?).
Se non proprio colta, Marilyn fu però una donna che cercava di assorbire tutto (specie dal terzo marito, l’intellettuale Arthur Miller). Leggeva, spremeva, richiedeva da se stessa moltissimo. Sempre insoddisfatta e insicura perché sempre volenterosa di migliorarsi, perché – come ogni grande artista – la sua realizzazione come persona doveva passare necessariamente attraverso quella d’attrice (I’m trying to find myself as a person, sometimes that’s not easy to do. Millions of people live their entire lives without finding themselves. But it is something I must do. The best way for me to find myself as a person is to prove to myself that I am an actress) e al tempo stesso era ben conscia che poteva essere una grande attrice solo migliorando se stessa (I am trying to prove to myself that I am a person. Then may be I’ll convince myself that I’m an actress). Ciò dimostra che l’impegno di Marilyn non era una vaga ricerca naif, ma che avesse compreso benissimo che la maturazione nell’arte doveva essere preceduta necessariamente  da quella nella vita. Chi non vive davvero è un vuoto ricettacolo e non può creare nulla (Creativity has got to start with humanity and when you’re a human being, you feel, you suffer).
La sua recitazione cresce di film in film, notata anche dai critici cui spesso non sfuggiva che al di là della mediocrità di alcune pellicole cui prese parte, la sua interpretazione era sempre lodevole. E non parlo solo dei Mistifts e delle opere tarde, a ridosso del magistero degli Strasberg, ma anche, ad esempio  di quel suo primo ruolo importante ne La tua bocca brucia. Dire che l’abbia interpretato bene perché anche lei instabile psicologicamente è un semplicismo: gli attori creano artifici. Puoi aver vissuto ciò che vuoi ma se non sei un attore non saprai riprodurlo e convincere gli altri della verità del personaggio. Basta guardare il film per capire se Marilyn ci ha convinti. Basta, anzi, quella camminata finale nel corridoio, con lo sguardo perso nel nulla, farneticante. È difficile non pensare che l’attrice Marilyn abbia attinto al male (vero) di Gladys per riprodurre quella verità. Ma appunto, con l’arte.
Ah, quanto mi sarebbe piaciuto vederla nei panni di Grushenka, ma quanto!


P.s. Poche settimane fa ho finito di leggere questa biografia di Jenna Glatzer, Marilyn Monroe. Tesori e ricordi di una diva che incantò il mondo (edito da White Star). Non che dia chissà quale nuovi informazioni sul personaggio, ma la chicca sono i tesori: pagine-bustine che contengono copie fotostatiche di lettere autografe, disegni, bollette, biglietti comprati della Diva. Per un fan-nerd come me – e come altri credo – son cose perversamente preziose. (C’è un acquerello di una rosa disegnato da lei per farne dono a JFK… la riproduzione fedele della carta, del colore, della consistenza… fa davvero venire i brividi, e commuovere).

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7 risposte a “A personal portrait of Marilyn. V

  1. latendarossa 15 aprile 2009 alle 14:53

    Nood sono molto belli e commoventi se permetti questi tuoi post. Mi stai facendo amare ancora di più la Monroe, e leggendo questi tuoi piccoli-grandi cortometraggi di parole e immagini su di lei, sto imparando tanto…

  2. souffle 15 aprile 2009 alle 15:58

    come si può non amare noodles? ^^

    verissimo quello che dici sulla necessità dell’attore di “vivere” per potere poi “riprodurre” sullo schermo.

    Cosa che direi si può dire anche dello scrittore.

    Aggiungo alle tue preziose segnalazioni cinematografiche, un piccolo ruolo a me caro di Marilyn come segretaria in Monkey business (Il magnifico scherzo) di Hawks.
    Marilyn era una grande attrice comica, con tempi favolosi, altro chè!

  3. NoodlesD 15 aprile 2009 alle 20:32

    tenda, permetto eccome. L’obiettivo è proprio essere commoventi, come dire, personali e sentimentali. Lettere d’amore. E mi fa piacere che questi piccoli post spronino all’amore per MM.

    souffle, grazie ^^
    Per lo scrittore vale anche di più, essendo un autore a tutto tondo.
    Concordo. Infatti lascerò un post a parte per la Marilyn-comedian, che è anche lei al suo top.

  4. testabislacca 15 aprile 2009 alle 21:06

    Ha ragione Celito. La tua passione per Norma Jean finirà per contagiare tutti. Personalmente l’ho sempre “sentita” più come donna che come diva.

  5. NoodlesD 16 aprile 2009 alle 22:22

    testa, be’ anche io. Mi piace Norma Jeane ancor più di Marilyn

  6. MrDAVIS 19 aprile 2009 alle 23:12

    Bellissimo anche questo post. L’ennesimo che mi ha commosso e in cui mi son ritrovato….

  7. XorlandoX 20 aprile 2009 alle 23:09

    ti rubo la citazione da marilyn.

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