Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

Il curioso caso di Benjamin Button (The Curious Case of Benjamin Button, David Fincher, 2008)

Non capisco la media freddezza della connection per l’ultimo film di Fincher. Quando ho buttato l’occhio per un attimo credevo di aver focalizzato male, mi sembrava impossibile che solo il sottoscritto e honeyboy riconoscessero la patente di capolavoro a questo film. Non ci sono lungaggini in Benjamin Button, ma lo si deve affrontare e godere come uno di quei grandi romanzoni (americani) rimpinzati di tutto, con il classico avvio memoriale che però si complica: una madre racconta alla figlia che legge un diario in cui è una terza persona (Benjamin) a raccontare. Questa stratificazione del racconto fa di Benjamin Button non un film “letterario” ma narrativo, un’opera che scava sull’idea stessa del raccontare come, al contempo, trasmissione, espiazione e creatività. Potrebbe essere tutto falso, eppure sarebbe narrativamente vero, e dunque più vero del vero. Il classicismo hollywoodiano trasferito  in un caleidoscopio che più cinematografico non si può.
La vita di Benjamin è letta attraverso una lanterna magica, sull’onda dell’emozione, ruotando apparentemente all’indietro nel descrivere le tappe di una vita al contrario. Il tempo è chiaramente uno dei grandi temi del film, ma, riallacciandosi in ciò alla matrice fitzgeraldiana, la riflessione è soprattutto sul tempo perduto, sui momenti che sfumano se non vengono afferrati, sulla necessità di non perdere le occasioni buone, e vivere semmai del loro ricordo quando finiscono. Sul tempo riavviato e riprodotto dalla narrazione e dalla lettura, nella proiezione di un ricordo autobiografico o riletto/riattivato da un terzo. La metafora sarà scoperta, ma è funzionale: l’immagine finale dell’orologio travolto dall’acqua di Katrina allude alla fine del racconto, alla fine dei protagonisti, al caos della natura che travolge anche il tempo dei ricordi e spazza via tutto.
Ma noi poi le teorie le lasciamo agli altri ben più bravi e analitici. Ciò che ho adorato del film è quel manto affabulatorio antico, quella New Orleans di inizio Novecento fotografata (in tutti i sensi) con un candore e realismo inarrivabili, un teatro faulkneriano di un quartiere/ospizio gestito da neri per vecchi bianchi, un quasi ribaltamento di ruoli che azzera la morale sociale e permette al vecchio-bambino di essere tra suoi (apparenti) simili e percorrere la sua vita “al contrario”. Apparenti perché Benjamin è solo come ogni essere straordinario. Si vive e muore soli, simboli della propria unicità, come gli insegna quell’atipico virgilio nano (di colore, of course), mentre però ti ruota intorno un carosello di comprimari indimenticabili, tappe umane, marchi della coscienza in evoluzione di Benjamin (su tutti Queenie, sintesi mirabile di puro istinto materno, sebbene putativo – Oscar alla Henson! – e il capitano Mike, che equivarrebbe a una sporca – ma giusta – figura paterna, che spinge il giovane-vecchio a essere se stesso, scoprendo il mondo i mari e la vita e il sesso).
Ed è un film coraggioso perché ha il fegato di costruire oggi senza vergogna una grande storia d’amore, tramutando il sentimento in assoluto, in una zattera al centro dei marosi di un tempo che scava o ritrae i suoi segni al contrario sui rispettivi corpi degli amanti. Un amore che ha il coraggio di vivere non negando la paura dell’invecchiamento, la paralisi di fronte all’evidenza delle differenze, che fa della donna il mito romanticamente inseguito e la custode dell’amore e del ricordo ma anche produttrice di futuro e di immortalità.

Prima di entrare in sala a vedere Benjamin Button, due signore in fila che sembravano Totò e Peppino. Una che domandava, ignorando, l’altra convinta di sapere tutto e non sapeva niente.

– Ma come si chiama quello che andiamo a vedere?
– Benjamèn Battòn.
Noodles: ??? [francese???]
– Ma è tratto da una storia vera?
– Sì.
Noodles: ??? [avranno letto la trama almeno?].
[Durante la proiezione Noodles si accorge di averle… sedute a fianco! Che culo! A metà proiezione Noodles sente distintamente l’intermittenza sonora del russare. Poi qualche minuto dopo il… risveglio, durante la proiezione].
– Però non mi convince.. è tutto troppo costruito, troppo laccato… troppo interpretato… Troppo su di lui e basta.
Noodles: [la parola esatta è troppo].
– Certo però ha interpretato e diretto anche lui… bravo davvero.
Noodles: ?
– Sì ma come Eastwood non c’è nessuno. Lui è il più bravo di tutti, un vero maestro nella regia.
Noodles: :DDD
– … questo qua non gli sta neanche vicino.

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16 risposte a “Il curioso caso di Benjamin Button (The Curious Case of Benjamin Button, David Fincher, 2008)

  1. WilliamDollace 17 febbraio 2009 alle 8:07

    capitano mike=capitando Dan!! (ricordi??)

    “Questa stratificazione del racconto fa di Benjamin Button non un film “letterario” ma narrativo, un’opera che scava sull’idea stessa del raccontare come, al contempo, trasmissione, espiazione e creatività” vero, ma c’è chi chi dice il contrario davvero??

    “la riflessione è soprattutto sul tempo perduto, sui momenti che sfumano se non vengono afferrati, sulla necessità di non perdere le occasioni buone, e vivere semmai del loro ricordo quando finiscono” fantastico, ci ho visto anche dell’into the wild.

    “Ma noi poi le teorie le lasciamo agli altri ben più bravi e analitici.” appunto freghiamocene e stiamo attenti a non diventarlo a ns volta analitici che poi il marchingegno ci ingloba e ingoia

  2. WilliamDollace 17 febbraio 2009 alle 8:08

    “custode dell’amore e del ricordo ma anche produttrice di futuro e di immortalità.” è vero per la miseria

  3. latendarossa 17 febbraio 2009 alle 12:58

    Ahi ahi manco una parola su Cheit. Però in compenso neanche una parola su Bred. Bravo. Va beh ti tumblrullo, si dice così?

  4. parachimy 17 febbraio 2009 alle 15:31

    Fa piacere leggere questa recensione per questo film che sta avendo un’accoglienza davvero deboluccia… lo vedrò a breve più fiducioso che mai 🙂

    Un saluto

    Chimy

  5. NoodlesD 17 febbraio 2009 alle 15:57

    WD, ricordo eccome. Infatti adoro Forrest per gli stessi motivi. son due film che si somigliano molto (poi io vado pazzo per questo romanzoni di formazione che attraversano decadi e personaggi).
    non so a me Into the wild non era piaciuto…

    tenda, non ce n’è bisogno. l’elogio della donna è ovviamente altisonante proprio perché QUELLA donna, sognata e amata per una vita, è interpretata da cheit ^^

  6. honeyboy 17 febbraio 2009 alle 22:21

    sottoscrivo col sangue, scegli tu la vena

  7. testabislacca 18 febbraio 2009 alle 19:07

    Ma chi cappero può essere più analitico e preparato di te??
    Senti questa, così faccio tris con le due donnette che avevi accanto: senza sapere nulla del film, che andrò a vedere al più presto, ero convinta parlasse di quella malattia rarissima che fa invecchiare molto precocemente.
    :-SSS
    Ok, mi ritiro in buon ordine.

  8. testabislacca 18 febbraio 2009 alle 19:09

    Oddio, la sola idea della grande storia d’amore mi sembra un formidabile deterrente, però…

  9. MrDAVIS 18 febbraio 2009 alle 23:30

    Lo vedrò a breve!!!!
    Circa l’avventura in fila ti dico la mia:

    “In fila alla cassa. La ragazza davanti a me chiede: DUE BIGLIETTI PER IL FILM CON CAPRI, QUELLO DELLA NAVE!”. volevo sprofondare.

  10. utente anonimo 20 febbraio 2009 alle 12:56

    Boh, lo sai che m’hai convinto poco. Ho detto: trovo uno che ne parla benissimo perché io benissimo non riesco a parlarne. E sì che tutto sommato m’è piaciuto, cavoli, sono stato 3 ore col culo su una poltrona e mi son passate bene, non posso dirne male in senso assoluto ma posso dire che non m’ha convinto. Mi spiego meglio: non trovo che il potenziale sia stato sfruttato, il tema del tempo non è tutto sommato centrale come ci si poteva aspettare. Voglio dire, se questo invece che ringiovanire , nasceva senza braccia e gambe che poi gli crescevano piano piano, il film sarebbe stato diverso? Sì, ci sarebbero stati incipit e chiusura in meno, ma le 2 ore e 40 nel mezzo sarebbero state sostanzialmente identiche. Poi diciamocelo, di Benjamin sappiamo poco più del fatto che ringiovanisce. Sappiamo che è innamorato e che ringiovanisce. Punto. Che gli piace fare? Che pensa? E’ buono? E’ cattivo? E’ curioso? E’ ingenuo?
    Insomma, questo è quello che penso.

    Simo

  11. MissBlum 20 febbraio 2009 alle 17:21

    Pensa che invece io non ero proprio passata dalla connection e immaginavo fosse piaciuto a tutti. Pronta a essere una reietta.^^ E invece. Che poi no, il primo tempo mi è piaciuto molto. La storia d’amore invce anche no. Ma più di tutto io ho mal sopportato il gumpismo di fondo. Ma qui è proprio una questione personale.

  12. MissPascal 21 febbraio 2009 alle 15:09

    eh, difficile lasciare commenti quando proprio non si è d’accordo. cmq a me anche forrest gump, insomma. gumpismo, veltronismo, buttonismo, mah.

  13. NoodlesD 21 febbraio 2009 alle 15:43

    honey, ahah ^^

    testabislacca, grazie innanzittutto. La storia d’amore non è trattata in modo melenso, anzi, m’è sembrata assolutamente sobria e senza inutili strombazzi romantici.

    Davis, certe volte resto terrorizzato dalla gente… ahahah.

    Simo, secondo me è un film che non lascia mezze misure, o lo si adora o lo si critica. E in fondo è giusto così. Credo che Benjamin sia giustamente ritratto come un puro, come una sorta di ingenuo da riempire che tenta la sua scalata alla vita, seppure al contrario. A me francamente è piaciuto proprio il fatto che non si sia insistito più di tanto sulla questone ringiovanimento; sarebbe diventato un inutile contorno hollywoodiano con le solite scenette di medici, investigazioni e bla bla. Benjamin Button funziona perché racconta la storia di un uomo e non della sua straordinarietà. O meglio la storia “normale” – o tendente tale, sognante tale – da parte di un… diverso.

    Le Misses: indubbiamente collimano in molti aspetti lui e Forrest, ma secondo me sono anche molto diversi. In fondo Forrest pur maturando è più uno che subisce gli eventi (Jenny in primis) più che decidere, sino all’ultimo. Benjamin invece capisce quando deve rinunciare ed essere maturo, e rinuciare alla propria felicità per quella degli altri. Ma poi io sono un gumpista, per cui questi film qua li adoro.
    MissP, no dai veltronismo no. Basta, almeno qua ahah.

  14. Cinemasema 22 febbraio 2009 alle 0:17

    Condivido in pieno il tuo punto di vista in particolare quando ti soffermi sulla “zattera al centro dei marosi di un tempo che scava o ritrae i suoi segni al contrario sui rispettivi corpi degli amanti”. La scena della danza da sola merita l’intera visione del film.

  15. pickpocket83 22 febbraio 2009 alle 22:18

    Non cincischiamo: capolavoro senza se e senza ma. Sentiti un po’ meno solo. 🙂

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