Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

Il lungo addio (The Long Goodbye, Robert Altman, 1973)

A me piace ripetermi, si sa. L’ho scritto e lo sottoscrivo che il Marlowe di Altman è per me l’unico vero Marlowe cinematografico, e me ne assumo tutta la responsabilità: risultanza di un felice connubio tra le atmosfere noir di Chandler e l’elegia del perdente della New Hollywood, di una manipolazione del materiale originario che semplifica e “tradisce” ma conserva intatte le atmosfere del romanzo. Il necessario alleggerimento di un intreccio, in Chandler, sempre troppo tentacolare e ingarbugliato per essere riproposto senza qualche sfrondamento, attraverso la penna di Brackett e l’occhio di Altman si trasforma non in un semplice meccanismo mangia-minuti ma nella riscrittura di un testo per il suo passaggio da un codice all’altro. Se il film sembra prendersi più libertà (a rigettare o reinventare) nel finale e nel rapporto Lennox/Eileen, poi proprio quando riannoda le sue fila cattura molto raffinatamente le atmosfere originarie, quando sostituisce all’amara ironia del Marlowe letterario l’ultimo gesto romantico, “western”, come silloge di un’amicizia tradita perduta e finita.


È la sequenza che suggella l’incrocio dell’hard boiled classico con le delusioni e le sconfitte dell’America dei Nixon e dei Johnson. Il Philip Marlowe de Il lungo addio si muove nella contemporaneità (quella che lo era al momento delle riprese), pur strizzando l’occhio alla sua reale origine temporale (viaggia su un’auto volutamente oldies). E il Marlowe di Altman è il Marlowe di Elliot Gould. La sua faccia, il suo corpo, la sua espressione a metà tra strafottenza e dolente accettazione dell’ingiustizia (perfetta incarnazione del prototipo letterario) sono innanzitutto un segnale extra-testuale per tutti quelli che amano quelle due decadi del cinema americano; ma, nello specifico, la collaborazione Gould-Altman ha dato vita a un Marlowe finalmente spogliato degli eccessi cool bogartiani. Tosto, sì, fallito e perdente, anche. Well that’s you, Marlowe. You’ll never learn, you’re a born loser, una delle ultime battute del film è il suo l’epitaffio. Ma la risposta è altrettanto importante: Yeah, I even lost my cat. Il perdente, lo sconfitto della New Hollywood accetta il proprio ingrato ruolo, ma non rinuncia a un’ultima battuta, seppure non appena la pronunci svanisca dietro l’inconsistenza della sua figura. Battered but not beat. Il perdente conserve la sua dignità.

A fianco a lui uno Sterling Hayden letteralmente enorme, sfatto, simbolo fisico del romanziere finito, nella sua crisi all’ultimo stadio, complice l’alcol, altra versione del duro del noir con l’anima ormai divorata, puro spettro di se stesso. E il commento-collante di una colonna sonora (di John Williams) malinconica, che travalica la quarta parete e si muove con piacevole sinuosità tra il diegetico e il suo oltre, con ben tre versioni – cantate da tre diversi interpreti – della canzone eponima.

Once there was Hollywood, there were heroes. Now it’s disillusion time.

It’s too late to try
When a missed hello
Becomes the long goodbye

Annunci

9 risposte a “Il lungo addio (The Long Goodbye, Robert Altman, 1973)

  1. Ale55andra 21 gennaio 2009 alle 11:01

    Ho letto solo il romanzo ed è uno dei miei preferiti, adoravo le “avventure introspettive” di Philipe Marlowe, oltre ovviamente ad apprezzare oltremodo le atmosfere nelle quali Raymond Chandler le ambientava. Il film cercherò di vederlo al più presto. Grazie per avermelo ricordato.

  2. iosif 21 gennaio 2009 alle 12:39

    film enorme di altman, assieme a i compari ed america oggi, il suo tridente di capolavori assoluti. bello il tuo commento, sottoscrivo l’apprezzamento per gould.

  3. souffle 21 gennaio 2009 alle 17:11

    un intervento magnifico noodles.
    Io di questo film amo, non so dirti perchè, l’inizio con il gatto. Me lo rivedrei mille volte.
    un saluto.

  4. pickpocket83 22 gennaio 2009 alle 17:14

    Post assolutamente splendido e perfetto.

    Mi sono anche andato a rileggere il post che nel 2006 avevi dedicato al Chandler hawksiano… sto meditando. Ma credo tu abbia ragione nello stabilire che, tra i due, ai punti, “vince” quello di Altman.

    A presto.

  5. NoodlesD 23 gennaio 2009 alle 1:36

    Ale55andra, vedrai che non ti deluderà; pensa che io ho letto il romanzo quando già conoscevo il film!

    iosif, grazie. si per me gould è uno dei più grandi.

    souffle, siii! la sequenza con la gatta di Marlowe è magnifica. son contento di non essere solo ad adorarla. Secondo me dice moltissimo (o meglio mostra) sul carattere e la natura del protagonista.

    pick, grazie per aver recuperato anche il vecchio. io non ho dubbi, Gould per me è la faccia di Marlowe, quando leggevo i romanzi lo immaginavo con la sua faccia 😛

  6. MASH84 23 gennaio 2009 alle 16:50

    Grandissimo film come lo è pure il personaggio interpretato da Gould, un personaggio con qualche aspetto in comune con quello di California Poker!
    P.S x me i migliori chandler, sono questo e Dick Powell, L’ombra del passato.

  7. utente anonimo 11 ottobre 2009 alle 12:29

    qualcuno possiede la partitura della canzone? grazie, ciao. davide.cristante@gmail.it

  8. utente anonimo 11 ottobre 2009 alle 12:31

    uffi ho sbagliato… davide.cristante@gmail.com

    :-]]]]]

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: