Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

Rachel sta per sposarsi (Rachel Getting Married, Jonathan Demme, 2008)

Leviamoci subito il dente: ha ragione kekkoz, vedere questo film doppiato non ha senso. Assodato questo, riteniamoci pure fortunati, perché tanto qua a Napoli sale che proiettino i film in originale non ce ne stanno. Già è stata una ciorta averne ben due copie! Due! Di cui una seppellita in una saletta minuscola di un cinema sperduto. Fortuna che l’ho visto nell’altro cinema io, quello con la sala decente. Lo sapete, non sono mai molto dolce di sale con il doppiaggio, e in realtà a questo giro non è neanche fatto male, a livello tecnico, ma il problema è all’origine: lo stile “finto-amatoriale” usato da Demme, l’atmosfera da filmino di famiglia, lo spirito raccolto, necessitavano della lingua originale, se no la camera a mano, il finto artificio della naturalezza se ne va a quel paese. Non era possibile adoperare la stessa scelta distributiva di Letters from Iwo Jima? Visto che comunque non se l’è filato nessuno a livello di numero di copie (19!!!), tanto valeva fare gli sciccosi fino alla fine e dare sfogo a tutto il represso snobismo del popolazzo che comunque un film così lo snobba (doppiaggio o no) e farcelo gustare a noi sciccosi snob cinefili nella sua forma originaria, no?
Uhm. Ho sprecato un intero paragrafo girando intorno al film senza dire un cacchio del film.
Demme mi ha spiazzato, con quella regia à la dogma (dice di essersi ispirato alla Bier), portata alle sue estreme conseguenze (vedi la cerimonia mostrata per intero e quasi senza cut temporali, generando un curioso “fastidio” tipico da filmino di nozze ultra lungo e ultra kitsch-attardante su elementi del tutto insignificanti – per i due che non sono gli sposi). Sembra cioè l’estremizzazione stilistica di quell’idea della visione e del pedinamento, dello sguardo che spia i personaggi penetrandoli a loro insaputa analizzato nel Silenzio degli innocenti; la sensazione duplice e contrastante è di essere uno della famiglia e un peeping tom al contempo. Per far ciò Demme s’è messo sotto gli attori fino a spogliarli di ogni vezzo, portandoli a un’essenzialità di un realismo straordinario. La Hathaway così brava non l’avevo mai vista. Un personaggio del genere ha gli stereotipi sul portone di casa che sbavano per sbranarsela: una sbandatona strafatta con grossi rimorsi (più che grossi, elefantiaci) in vacanza-due-giorni da un rehab che arriva in famiglia, il giorno prima del matrimonio della sorella un po’ rancorosetta nei suoi confronti (lei, come sbandata, è la cocca seguita e asservita dal papà), e porta a galla tutto il nero familiare con cui bisogna necessariamente fare il confronto. Niente di nuovo, direte voi, sì però la sceneggiatura della Lumet è ben scritta, ben oliata per come ti fa entrare in questa famiglia e fa emergere lentamente l’oscuro passato con una naturalezza e un realismo da vita vissuta, ma ovviamente il vero miracolo è quello della regia di Demme che ti ci conduce tra un’oscillata e uno sguardo in camera. Poi c’è la madre un po’ distratta, ma senza i cliché dei film mericani. Anzi, la forza del film sta nella devastante messinscena dei contrasti famigliari, anche tipici, sbattuti in faccia allo spettatore sottraendogli ogni smussatura, senza però diventare feroce, tutto resta nel (tipico) limbo dei comportamenti automatico-confidenziali. La scazzottata madre vs figlia è parecchio disturbante, proprio perché girata senza alcun accento. E la madre è Debra Winger, che è invecchiata assai rispetto a quando saltava in braccio a Richard Gere. Non imbruttita, eh, solo invecchiata. Forse ha influito il fatto che fosse quasi sparita e mo ci ricompare così all’improvviso nell’inquadratura e ci provoca un piccolo shock.
Ho la forte sensazione che quando lo rivedrò in dvd, in inglese, sto film mi piacerà ancora di più. Già ora, a ripensarci, mi provoca un bell’effetto endorfinico emozionale.

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7 risposte a “Rachel sta per sposarsi (Rachel Getting Married, Jonathan Demme, 2008)

  1. gahan 23 novembre 2008 alle 13:18

    Sono oltremodo infuriato per com’è stato distribuito questo film, che so già essere un gioiello.

  2. gbanks 25 novembre 2008 alle 20:02

    dopo averlo visto in lingua originale (i vantaggi di un accredito veneziano!) non posso che confermare la tua tesi.
    specie nella sequenza dell’ammenda di anne hathaway: con tutta la buona volontà e la perizia del doppiatore, la perdita del senso di immediatezza fa perdere a quella scena almeno la metà del suo potenziale (restano i primi piani sui volti imbarazzati di una rinata debra winger…)

  3. cinescopio 27 novembre 2008 alle 10:20

    il prossimo film che vedrò sarà questo, non ho trovato un commento negativo!
    buonagiornata ely

  4. Iggy 27 novembre 2008 alle 16:59

    L’ho trovato bellissimo e disperatamente sincero. Non nego inoltre di essere uscito dalla sala col magone. La Hathaway, per la quale provavo un’onesta antipatia, non solo mi ha convinto, ma mi ha proprio steso a terra!

  5. MrDAVIS 7 dicembre 2008 alle 12:30

    Il film è bello ma ho odiato la hathway e il suo personaggio: lei, per carità è davvero brava, ma odio questi personaggi che agiscono per egocentrismo rovinando la vita degli altri e i loro “momenti”.Oltretutto senza che si capisca da dove sia nata la sua dipendenza.
    Demme realizza un bel film con un po di retorica nel finale di cui avrei fatto meno: quell’abbraccio l ho trovato poco sincero.Cmq un bel ritorno!

  6. Iggy 7 dicembre 2008 alle 22:50

    Beh, una superficiale analisi del nucleo familiare può fare trarre conclusioni sull’origine della dipendenza, ci viene poi detto che era una modella e se ne possono trarre altre, però grazie al cielo ci hanno evitato il pistolotto retorico sulle cause, che tanto in questo film sarebbe stato più che superfluo.

  7. NoodlesD 8 dicembre 2008 alle 18:33

    concordo con Iggy, anche perché poi spesso le manie autodistruttive hanno una spiegazione molto meno univoca e diretta di quanto pensiamo. Senza contare poi che SPOILER l’accentuarsi della sua dipendenza dalle droghe è chiaro che viene dall’incidente col fratello di cui è responsabile.

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