Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

Tropic Thunder (id., Ben Stiller, 2008)

Qualcuno ha detto che il ridicolo e l’acume creativo spesso sono separati da una linea molto sottile. Tropic Thunder ne è la dimostrazione. Per tutto il film Stiller si muove su una direttrice duplice affondando senza pudore in oscenità e sequenze politicamente scorrettissime ma costruendo al tempo stesso dentro quelle stesse scene una filippica ferocissima al mondo di Hollywood e, giocando coi piani narrativi e linguistici, produce una “summa” teorica sul mondo del cinema. Convoca un cast stellare e lo dirige facendo leva su ciò che potrebbe affondare un film del genere: la competizione. Le star (Downey jr, Jack Black, lo stesso Stiller) interpretano un film nel ruolo di star che interpretano un film. E nessuno ne esce vivo. Stiller punta dal mirino del suo otturatore cinebellico tutti i tic peggiori dell’establishment cui pure appartiene, facendo ironia e autoironia sulle lamentele dei vip, sull’attore d’azione in caduta libera, sugli eccessi del Metodo, sul comico flatulento e cocainomane. Ma, a primeggiare su tutti, com’era ormai nell’aria, è Tom Cruise. Il suo Les Grossman, produttore grasso, pelato e irsuto, dal turpiloquio violento e imperioso, amante dell’hip hop, è una figura già cult (anzi, stracult), è la dimostrazione che quando vuole Cruise sa perdersi meravigliosamente in un personaggio, sa diventare disgustoso e irriconoscibile.
L’intera macchina, che coglie a piene mani dai Viet-movie, scegliendone soprattutto le scene iconiche nel senso pubblicitario del termine (dalla scena-locandina di Platoon all’arrivo degli elicotteri di Coppola), parte con l’inganno, dandoci la finzione spacciandola per realtà. Si insinua lentamente costruendosi un finto vestito elegante, per poi sporcarsi senza pietà nel corso dello svolgimento, travolgendo tutto e tutti, tranciando via personaggi apparentemente principali con un botto senza preavviso, lanciando in aria bambini accoltellatori, richiamando l’Odissea solo per mettere in bocca al suo Ulisse tentato uno sproloquio di oscenità gay da paura (Jack Black, superbo), con un andamento inarrestabile che si fa via via più folle, sino al tripudio esplosivo finale. Ben Stiller ha fatto un centro di quelli grossi, dopo un periodo di nebbia, è tornato con forza e sfrontatezza da applausi. E, soprattutto, ci ha fatto ridere come scimmie (dai, la scena del panda???), seminando tormentoni a man bassa, tanto che ieri al ritorno io e mio cugino non la finivamo più di ripetere dialoghi dal film (da quel dialogo Io non sono nulla/Ok, fottiti, andiamo alla sabbia inculatrice dalla scimmia monca all’animale ungulato)…

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2 risposte a “Tropic Thunder (id., Ben Stiller, 2008)

  1. Ale55andra 30 ottobre 2008 alle 20:42

    Senza ancora averlo visto (ma rimedierò al più presto) posso già dire che secondo me è un cultissimo.

  2. Cinemasema 4 novembre 2008 alle 17:49

    Ne leggo bene in ogni dove. Un film che non devo assolutamente perdere.

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