Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

Dexter, again

Sì, lo so, ormai è una fissa ai limiti del patologico. Dexter sogghignerebbe.

  • Main title.

I titoli di testa di Dexter non sono solo formalmente fichissimi e ineccepibili, ma rappresentano soprattutto la quintessenza del telefilm, e del suo (anti)eroe eponimo. L’intera sigla scorre secondo le due direttrici tematiche principali: il sangue e l’apparenza. Per il primo, si parte dalla macchia provocata da una zanzara, puntualmente schiacciata da Dexter passando poi per un taglio provocato dal rasoio sino al sangue del bacon cotto tagliato e mangiato. Il sangue è la base del lavoro di Dexter, di quello ufficiale (è un ematologo forense) come di quello oscuro (è un serial killer che sebbene uccida le sue vittime con un colpo solo, poi le smembra per liberarsene, e l’officio – si immagina – richiede un certo spargimento ematico, a giudicare anche dalle precauzioni profilattiche che lui prende ogni volta).
Secondo, tutto viene presentato con primissimi piani di particolari, avendo cura di non mostrarci mai gli occhi del nostro protagonista. Vediamo Dexter compiere tutti i gesti più comuni del risveglio, ma il montaggio manipola la realtà mostrandocela sotto un effetto psicotico, per cui azioni quotidiane come stringere dei lacci o tagliare una fetta di carne alludono a uno squartamento e a uno strangolamento. Siamo nell’antro del mostro, viviamo le sue azioni a un millimetro da lui e impariamo a comprenderne la duplicità. Dexter è quei gesti, è quella paranoica imitazione di tutti i tic della gente normale, ma al tempo stesso, proprio perché lo incontriamo da solo, al risveglio, nel suo nascondiglio, non visto da nessuno, possiamo scorgervi dietro l’ombra del mostro che in realtà è. E non a caso il suo volto ci viene svelato solo alla fine e significativamente, sbuca da una t-shirt di un bianco immacolato e ci fissa con uno sguardo beffardo, minaccioso e complice al tempo stesso. Quello che ci sta guardando è il dark passenger e ci confida tutto perché sa che noi siamo fuori dal suo mondo, assistiamo senza poterlo smascherare, ma anzi, partecipiamo con lui. Quando invece, subito dopo, lo vediamo fuori dall’appartamento, che chiude a chiave e si avvia, facendo un piccolo cenno di saluto col capo verso di noi (ma anche verso qualche vicino intradiegetico), ecco lì ci fa chiaramente capire che ha indossato la maschera, che è diventato l’agente Morgan, rispettato ematologo della polizia di Miami.

  • Dexter’s family.

Dexter ha la famiglia perfetta. Una fidanzata da esposizione, bionda gentile madre di famiglia bellissima. E due figli – adottivi – che farebbero nascere istinti paterni in chiunque (Astor è la figlia che tutti vorremmo avere). Dexter li difende come un leone (la definizione è sua), eppure ci è difficile comprenderne il perché. Il grande coraggio del telefilm è obbligarci a parteggiare per un essere fondamentalmente anedonico. Dexter è un camaleonte: imita i gesti e i sentimenti degli umani, ma è solo un – abile, questo sì – riproduttore. Un magnetofono vuoto che ripete a cantilena ciò che sa che deve dire per essere accettato e per nascondersi.
Gli autori non tentano mai di indorare la pillola. La puntata 3×04 (All in the family) ci presenta una sequenza finale che è un misto inscindibile di (apparente) tenerezza e terrificante risvolto. Quando Dexter fa la sua dichiarazione a Rita, davanti ai bambini, è tutto perfetto, le sue parole suonano come la chiosa di un film hollywoodiano classico… solo che noi spettatori sappiamo, abbiamo visto, sentito pronunciare quelle stesse parole nella scena precedente, alla centrale di polizia, da una psicopatica che ha ucciso l’oggetto del suo desiderio quando non è riuscita ad accavallare l’illusione psicotica alla realtà dei fatti. Dexter è ammirato dalla sua bravura a convincersi della fondatezza delle sue stesse menzogne e tornato da Rita non fa altro che imitarla e esibirsi nel suo a solo in scena, recitando la parte del devoto fidanzato che fa la sua plateale richiesta di matrimonio. Una scena da brividi, tutta giocata sulla schizofrenia tra i sentimenti che il personaggio manifesta (e sui modi in cui li manifesta) e la totale assenza di partecipazione emotiva del nulla che ha dentro di sé.

  • Dexter Morgan / Don Draper.

Molto più simili di quanto si creda. Entrambi vivono sotto mentite spoglie, psicologiche per il primo, anagrafiche per il secondo. Entrambi sembrano essere incapaci di provare veri sentimenti (per le proprie compagne), ma fingono benissimo il contrario. Entrambi figli dei loro tempi. Dexter è un sociopatico partorito dall’orrore quotidiano del Post-duemila; Don è espressione della falsità sociale dei primi 60s, che preannuncia la rivoluzione culturale che arriverà di lì a poco. Entrambi usano la famiglia per nascondersi: Dexter fugge dalla sua mostruosità rifugiandosi nel più mite e rassicurante stereotipo americano (il padre felice di famiglia che vive nella villetta con giardino); Don nasconde la sua vera identità, fugge dal suo passato ingrato, costruendosi pirandellianamente daccapo, rubando l’identità di un morto per inventarsi yuppie di successo. Rita e Betsy sono i loro parafulmini più potenti contro i possibili sospetti altrui, la recinzione della propria diversità/insensibilità dentro il cortile dell’istituzione principale della società. Dexter protegge Rita, anche se non prova nulla per lei, a parte una non ben specificata forma di empatia che vale più che altro in senso relativo (ripetto alla totale insensibilità verso gli altri, per Rita pare muoversi in lui una labile fiammella che imita più o meno perfettamente la figura del perfetto fiancée). Don non arriva a tanto, probabilmente vuole bene a suo modo alla moglie, ma sa anche che con lei non sarà mai se stesso, non le da una grande considerazione, può essere se stesso non a caso con l’amante ricca-ebra-donna-in-carriera, che può comprendere la sua solitudine e la sua doppiezza, la sua modernità. La moglie vive invece in una copertina di Life. Don provvede a tenerla in questa beata e inconscia cattività, la inganna propinandole un ossequio cavalleresco da manuale, per celare la verità: Bets è in fondo per lui nient’altro che la perfetta WASP Wife da esposizione, l’alleata perfetta da esporre per spianargli la strada nella sua opera di mimetismo sociale.

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2 risposte a “Dexter, again

  1. convallaria 30 ottobre 2008 alle 11:52

    li adoro, i titoli di testa di dexter.
    mi piacciono perché mostrano il suo apparente candore.
    e poi il finale con la t-shirt…
    applausi.
    (meraviglioso post, Nood, al solito)

  2. Ale55andra 30 ottobre 2008 alle 20:45

    Credo che quella di Dexter sia la mia sigla preferita in assoluto di tutti i telefilm che abbia mai visto. Del resto anche Dexter è uno dei miei telefilm preferiti in assoluto. Straordinario questo post, grazie.

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