Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

Full Metal Jacket (id., Stanley Kubrick, 1987)

Queste nuove edizioni dei capolavori di Kubrick hanno dei meriti, primo fra tutti quello di restituirci i film nel loro formato originale, perché guardarli in quell’osceno 4:3 era diventata una tortura: la costruzione perfetta delle inquadrature se ne andava a farsi benedire (pensiamo solo a ciò che sarà la vertigine degli spazi dell’Overlook Hotel restituita alla sua geometria originale). E ancora: i sottotitoli traducono letteralmente il dialogo inglese, invece di riportare meccanicamente l’adattamento italiano, che è cosa ben diversa – specie per quanto riguarda le effervescenti trovate di Lee Ermey. Terzo, un documentario sulla realizzazione che sebbene duri solo trenta minuti è fatto meglio di quelle complessive due ore del secondo disco di 2001, in realtà una blaterata prolissa che aggiunge ben poco.
All’ennesima visione Full Metal Jacket si conferma opera di assoluto rigore, teorica ma – come sempre in Kubrick – anche spettacolare; perché questo è cinema, signori. Non diciamo niente di nuovo se sottolineiamo che il film – specie nella seconda parte – ha uno stile da reportage, con frequente uso della camera a mano; ma la steady cam di Kubrick non indulge mai alla confusione, il rigore punge continuamente la materia, lo sguardo del regista deve necessariamente imporsi e spesso sovrapporsi al diegetico (quando Kubrick si auto-rappresenta nella sequenza del reporter che intervista i soldati). E Full Metal Jacket non sfugge alla prediletta ossessione del nostro: a una prima parte più geometrica, che accoglie in sé la naturale propensione all’ordine dell’esercito, segue la guerra vera e propria in cui quest’ordine (visivo, morale, sentimentale) viene scardinato.
Ciò che mi interessa qui è una sequenza in particolare, quella in cui Joker vede per la prima volta una fossa comune di cadaveri. La scena si apre con un suo primo piano che arretra/si allarga con uno zoom traghettato poi in uno dei carrelli di cui è pieno l’intero film, a scoprire i corpi nella fossa imbrattati di calce bianca. Come avverrà successivamente – quando la squadra dei Porci Arrapati sarà di fronte ai cadaveri di due commilitoni – la mdp inquadra il vivo dal basso, dal punto di vista dei morti, quasi ad attrarne l’ottica nel gorgo, inevitabile, del nulla. Di fronte alla desolazione e alla morte, a Kubrick non interessano i giudizi morali, ma la meccanica della guerriglia urbana e la sua manipolazione mediatica. Il lungo addestramento della prima parte va letteralmente in fumo tra le rovine di Hué, a prevalere è il caos totale e uno spirito di sopravvivenza che trasforma – in questo Hartman l’ha avuta vinta – giovani segaioli in potenziali killer without judgement (come diceva il colonnello Kurtz). Privare della vita una baby san è il necessario passaggio nelle tenebre per conservare la propria. Eppure a Kubrick non interessa affatto il risvolto morale (e moralistico), gli interessa l’indottrinamento, la manipolazione verticistica che ha prodotto questi automi, che pure falliscono. E quando alla fine ce li restituisce in una visione goliardica, tutti a cantare Topolino, la chiosa non è quella del ritorno alla vita e al sesso (come ingenuamente crede Joker), ma quella del suo Autore, che di lato osserva con un ghigno il trionfo del codice dei marines, la trasmutazione dell’umano in arma, in oggetto che resetta in un lampo l’orrore e automaticamente torna – crede – a essere umano, mentre non è che un altro reduce della Cura Ludovico.

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7 risposte a “Full Metal Jacket (id., Stanley Kubrick, 1987)

  1. pickpocket83 25 ottobre 2008 alle 18:25

    E anche qui: silente adorazione (e complimenti per il post).

  2. honeyboy 26 ottobre 2008 alle 0:49

    mi garba molto il post, noodles!

  3. MrDAVIS 26 ottobre 2008 alle 19:56

    Meravigliosa riflessione per un film che fa capire come capolavori così non se ne fanno più.

  4. latendarossa 27 ottobre 2008 alle 13:34

    E’ bello ripensare al film mentre si legge il post. Davvero bravissimo, bella analisi!

  5. NoodlesD 27 ottobre 2008 alle 21:16

    grassiole a tutti, ragazzi ^^

  6. Cinedelia 28 ottobre 2008 alle 23:25

    Anch’io piano piano mi sto rifacendo tutti i Kubrick, questo lo devo ancora prendere, ma la scena che descrivi la ricordo benissimo.

    La warner ultimamente sta facendo la gioia dei cinefili, nel giro di un mese ho comprato una ventina di dvd (l’ultimo proprio oggi, Ai confini della realtà – il film)…se escludiamo il solito difetto del commento audio senza sottotitoli (cosa che non mi stancherò mai di dire) si tratta quasi sempre di edizioni coi fiocchi…

    Forse l’unica pecca è proprio l’abbondanza, troppi titoli tutti insieme…

  7. Cinemasema 2 novembre 2008 alle 18:59

    Complimenti per questo post pieno di spunti. Full Metal Jacket è un altro film che contiene un mondo, che non è solo cinema ma qualcosa di più: è l’impossibilità di mostrare una guerra senza cadere nella sua stessa spettacolarizzazione, la sofferenza (come hai mirabilmente scritto) in fondo sta tutta nella canzone di Topolino: dimenticare il mondo per affilare ancora una volta le armi. Ludovico, concordo in pieno, ha mietuto altre vittime.

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