Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

WALL•E (id., Andrew Stanton, 2008)

Non tiriamola tanto per le lunghe: l’ultimo Pixar – come spesso ormai accade – è un capolavoro che lascia poco spazio alle chiacchiere, specie quelle scritte. Ho forti dubbi, voglio dire, che una recensione possa servire a qualcosa, quando siamo di fronte a una tale bellezza visivo-emozionale, quando veniamo fuori da questa “esperienza non-verbale” che racconta in fondo una semplicissima storia d’amore, l’atavico bisogno dell’altro che accomuna qualsiasi entità senziente. Ma nella realizzazione fonde tecnica e sentimento in un frullato che in molti punti va anche oltre Ratatouille e si tramuta in un Kubrick imbullonato intorno al corpo di Frank Capra. Da un lato l’oscura rappresentazione di un’umanità istupidita dalla nullafacenza, cullata-dominata consenzientemente dai robot che fanno capo a un ciclope, il cui delirio d’onnipotenza è forse più realisticamente il timore di essere “spento” perché inutile; dall’altro l’insorgere del positivo, la volontà di tornare e ricominciare, perché la vita, in fondo, è meravigliosa.
WALL•E è coraggioso, è un film d’animazione che attraverso il monocromo di sfumature terrose e scure esprime una meravigliosa policromia emozionale, grazie ai suoi due robottini e – cosa importante – senza ricorrere a facili antropomorfismi (WALL•E e Eve neanche parlano, a parte qualche sbuffo meccanico e la pronuncia smozzicata dei loro nomi; gli occhi del robottino sono vuoti e neri ma vivi, perché riflettendo non il mondo ma il modo puro in cui i suoi chip lo interpretano), li fa parlare e innamorare attraverso i loro occhi che si riempiono (nel caso del nostro protagonista) della luce delle stelle sulle note di una vecchia canzone da musical. WALL•E lo guardi tutto il tempo col sorriso sulle labbra, hai detto niente. Partecipi, ti commuovi a questi due personaggi fatti di chip, ti si gonfia il cuore quando si stringono le mani meccaniche o quando il nostro protagonista difende ad ogni costo l’integrità della sua amica “addormentata” sfidando un temporale e i fulmini (in una di quelle sequenza che, ha ragione honeyboy, lotrasforma in un gentile emulo di Chaplin).

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9 risposte a “WALL•E (id., Andrew Stanton, 2008)

  1. WilliamDollace 20 ottobre 2008 alle 21:13

    “e si tramuta in un Kubrick imbullonato intorno al corpo di Frank Capra” grandioso!

  2. parachimy 20 ottobre 2008 alle 22:49

    Mi accodo anch’io alla bellezza della frase citata da WD. ^^

    E’ impressionante di quanto questi due personaggi (non umani) siano pieni di un’umanità che negli esseri umani (reali) sta sempre più scomparendo… come hai scritto: ti si gonfia il cuore quando si stringono le mani… un momento splendido e toccante.

    Un saluto

    Chimy

  3. NoodlesD 21 ottobre 2008 alle 20:41

    wD, grazie 😀

    chimy, ne parlavo con alcuni amici: questa è la dimostrazione che fare distinzione, oggi, tra cinema in carne ed ossa e animazione è ormai roba vetusta.

  4. souffle 22 ottobre 2008 alle 8:36

    se ci si gonfia il cuore quando si stringono le mani è perchè, da sempre, questa cosa “funziona”, come direbbero gli americani, a dispetto di chi dileggia gli scrittori.
    Certo, al cinefilo/anatomopatologo interessa il come una cosa sia fatta, per smontarla e godersela senza partecipazione, al pubblico, che è quello che paga il biglietto e decreta il successo di un film, interessa la storia di un “ragazzo” che vuole solo riportare a casa la sua “ragazza” per stringerle la mano al tramonto.
    Insomma, la vecchia ma sempre funzionante storia del “ragazzo incontra ragazza” che dalla Bibbia a Nora Ephron passando per Chaplin, appunto, funziona.
    E’ giusto, non ha senso distinguere come dici animazione e “film dal vero”, anche perchè sono le emozioni veicolate dal film quelli che contano. E quelle funzionano dal principio dell’umanità.

  5. WilliamDollace 22 ottobre 2008 alle 12:44

    prego.

    “questa è la dimostrazione che fare distinzione, oggi, tra cinema in carne ed ossa e animazione è ormai roba vetusta” pensa che io prima di conoscere la Pixar facevo proprio quella distinzione.

  6. honeyboy 22 ottobre 2008 alle 16:05

    meno male che c’è il don noodles a pensarmi 🙂
    “vetusta”, esattamente, io l’ho sempre sostenuto (magari con termini diversi ^^)

  7. NoodlesD 22 ottobre 2008 alle 17:08

    souffle, si credo in fondo che il successo della Pixar stia in questo, riportare in luce temi atavici, biblici quasi, imbastendoli con una tecnica sopraffina, che se anche non viene recepita subito (dal non anatomopatologocinefilo) viene comunque metabolizzata inconsciamente, e l’effetto piacere è assicurato.

    honey, be’ almeno si concorda nella sostanza ahah^^

  8. MrDAVIS 23 ottobre 2008 alle 8:43

    Capolavoro.Mai mi ero intenerito di fronte ad una storia d’amore in un film d’animazione, ma qui…incredulo da tanta poesia.

  9. Cinemasema 23 ottobre 2008 alle 16:34

    Devo ancora vederlo ma dalle recensoni lette so già a cosa sto per andare incontro: una miriade di sensazioni ch esicuramente non riuscirò ad esprimere. Anche per me è grandiosa l’immagine di Kubrick imbullonato al corpo di Capra^^

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