Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

Tennis, tv, trigonometria, tornado e altre cose che non farò mai più, David Foster Wallace

L’intelligenza di quest’uomo è fuori discussione, una specie di piovra neuronica che spande i suoi tentacoli in dieci direzione diverse nello stesso istante. La sua prosa, la tendenza all’argomentazione multipla, con proliferazione metastatica di note al di sotto, stanno lì a dimostrarlo. Non dico che Wallace sarà mai uno dei miei scrittori di punta, perché è probabilmente più cerebrale di quanto io prediliga, ma ha quell’arma affilata che si chiama ironia e una profondità critica spaventosa. Non per fare l’esagerato, ma credo che il suo saggio sul nostro amato Lynch sia uno dei migliori, certo il più affascinante, che abbia mai letto sul regista di Missoula; perché Wallace unisce un’abbagliante prodezza critica a una partecipazione bruciante che è propria del fan, di quello che da ragazzo correva alla prima proiezione di Blue velvet, del cinefilo anche un po’ nerd che ricorda persino la data di quel fatidico giorno. E a proposito di Lynch ha scritto un paio di cosette su cui ha incontrato il mio enorme favore (e ora che ho il supporto di cotal anfitrione lo posso pure ripetere e sottoscrivere: del tipo, Dune è il film più brutto di Lynch, hai voglia a voler tirare fuori i se e i ma, a dire sì però in realtà anche nel casino hollywoodiano si nota… si nota un cazzo, si nota che sto film è brutto, senza appello; o del tipo che lui predilige Blue velvet e Eraserhead a Wild at heart, che io continuo sempre a guardare con sospetto e che sottolinea come Fire walks with me nonostante sia un’ammirevole sperimentazione sia purtroppo un film non riuscito).
Trovo che non tutti i saggi siano alla stessa altezza, però, anche se questa frase potrà farmi entrare nel mirino dei Wallaciatori, ma tant’è. Per me i migliori restano quello su Lynch, quello molto interessante sull’influenza della tv sugli scrittori moderni (esempio poderoso di arguzia sopraffina e capacità di indagine fuori da ogni vetusto schema moralistico) e quello sulla Fiera dell’Illinois, che ha certo qualche piccolo eccesso di snobismo nei confronti del “campagnolo”, ma ha certe pagine che ti fa schiantare dal ridere e che, come per l’affaire sulla crociera, da un’immagine terrificante ma realistica dell’americano del profondo centro del Paese.
E ora la cosa più importante:

Gli scrittori tendono a essere una razza di guardoni. Tendono ad appostarsi e a spiare. Sono osservatori nati. Sono spettatori. Sono quelli sulla metropolitana il cui sguardo indifferente ha qualcosa dentro che in un certo senso mette i brividi. Qualcosa di rapace. Questo è perché gli scrittori si nutrono delle situazioni della vita. Gli scrittori guardano gli altri esseri umani un po’ come gli automobilisti che rallentano e restano a bocca aperta se vedono un incidente stradale: ci tengono molto a una concezione di se stessi come testimoni.
Ma allo stesso tempo gli scrittori tendono ad avere un’ossessiva consapevolezza di sé. Dal momento che dedicano molto del loro tempo produttivo a studiare attentamente le impressioni che ricavano dalle persone, gli scrittori passano anche un sacco di tempo, meno produttivo, a chiedersi nervosamente che impressione fanno loro sugli altri. Che aspetto hanno, che immagine danno, se per caso hanno la camicia che gli sbuca dalla patta dei pantaloni, se per caso hanno del rossetto sui denti, se per caso la gente che stanno fissando pensa di loro che è gente che si apposta e spia, gente che in un certo senso mette i brividi.
Il risultato è che la maggioranza degli scrittori, osservatori nati, tende a non amare di essere oggetto di attenzioni della gente. Detestano essere osservati. Le eccezioni alla regola – Mailer, McInerney – producono alle volte l’impressione che la maggior parte delle figure di letterati desiderino ardentemente le attenzioni della gente. Ma per la maggior parte non è così. È che i pochi a cui piacciono queste attenzioni quasi naturalmente ottengono più attenzioni. Il resto di noi guarda.

David Foster Wallace, E unibus pluram: gli scrittori americani e la televisione [in Tennis, tv, trigonometria, tornado e altre cose divertenti che non farò più]

La gente si fa aria con ventagli dal manico di legno del Partito Democratico. Le zanzare si lavorano la folla. Gli arbitri non fanno che darsi pacche sul collo. È piovuto di brutto, quest’agosto, e le zanzare sono di quelle cattive, grosse e vagamente pelose, cresciute nei campi, del tipo che se la notte si avventano in massa su un vitello, la mattina lo trovi a gambe all’aria e dissanguato stile kasher. Da queste parti le zanzare non le freghi mica. […]

E, devo dire, non capisco neppure perché certa gente è disposta a pagare per venire ribaltata e sospesa e riprecipitata e poi sbattuta ad alta velocità avanti e indietro, e infine riappesa a testa in giù fino a che vomita. È come pagare per fare un incidente stradale. Non lo capisco proprio, e non l’ho mai capito. Non è un fatto regionale o culturale. Penso che il mondo si divida tra quelli che all’induzione programmata di terrore si eccitano, e quelli che non si eccitano affatto. Il terrore, per me, non è eccitante. È terrificante. Penso che sia un fatto di costituzione neurologica. Uno dei miei fondamentali scopi di vita è sottoporre il mio sistema nervoso alla minima quantità totale di terrore possibile. Naturalmente, il paradosso crudele è che un tipo simile di costituzione va di pari passo con la fragilità nervosa e con un’estrema suscettibilità al terrore. Sono del tutto certo che ho più paura io a guardare dal basso in alto l’Anello di Fuoco che gli avventori ad andarci sopra. […]

David Foster Wallace, Invadenti evasioni [in Tennis, tv, trigonometria, tornado e altre cose divertenti che non farò più]

Il saggio si chiude con un’escalation stilistica eccezionale in cui le persone che partecipano alla fiera dell’Illinois e tutto ciò che vi ruota intorno vengono plasmate dalle parole di Wallace come fossero essi stessi degli animali. L’animalità, la serialità bovina, caprina, ovina, suina, diventa parte dell’umano con un uomo appeso in aria, in un’imbracatura per divertimento che lo fa somigliare invece – nella funambolica effervescenza stilistica di Wallace – a uno degli animali da macellare.

Un’altra citazione la trovate tumblerata qua.

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3 risposte a “Tennis, tv, trigonometria, tornado e altre cose che non farò mai più, David Foster Wallace

  1. WilliamDollace 7 ottobre 2008 alle 8:38

    vi voglio bene quando parlate di dfw

  2. MissBlum 11 ottobre 2008 alle 12:03

    Nei saggi c’è il meglio di DFW, più che nei racconti.
    Grazie per questo post. Da me questo suo libro è introvabile. Mi devo decidere a ordinarlo.

  3. Cinemasema 12 ottobre 2008 alle 18:32

    Un libro che non possiedo ancora. Spero di trovarlo. Dalle premesse sembra fantastico.

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