Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

Gomorra (Matteo Garrone, 2008)

Non giudica, Garrone, non interpreta, ma mostra, con uno stile da reportage, abbandona ogni pretesa di “bella inquadratura”, sostituita da quadri sghembi e movimenti basculanti della macchina da presa. Per questo la conclusione “morale” dell’episodio di Servillo è una piccola stonatura. Ma lieve proprio, un microbo nell’uovo. Dove altrove, invece, reinterpreta – con rispetto – il testo di Saviano e ne restituisce in un caso anche una visione emotivamente più complessa (la madre dello scissionista): il fatto di cronaca violenta del libro rinasce qui piantando le radici nell’intero tessuto umano dell’ambiente (Scampia), colpendo anche più duro. Cinque storie di orrore quotidiano lette con uno sguardo freddo ma lucidissimo, l’unico possibile. Solo così Gomorra può salvarsi dalla secche della retorica, pur rimanendo un altissimo esempio di cinema civile, aggrovigliato intorno a un’idea autoriale quasi unica in Italia.
Cinque storie intrecciate con un equilibrio e un ritmo raggelante, che non lasciano scampo allo spettatore. Gomorra si vive per tutti i suoi centotrenta minuti con gli occhi incollati allo schermo, incapaci di voltarsi pure di fronte all’efferata crudezza di alcune sequenze. Efferata – è bene chiarirlo – per concetto più che per banale effetto splatter. La mdp di Garrone spesso si volta o arriva due secondi dopo il fattaccio, ma affida l’orrore a quello spostamento continuo della prospettiva, alla rinuncia del controcampo, fagocitato nello stesso movimento dell’occhio che salta a destra e a manca senza trovare un centro – neanche nell’inquadratura – simbolo di una realtà criminale inafferrabile e non riconducibile all’unità.
In più l’arte di Garrone si esplica nella direzione degli attori, quasi tutti non professionisti, eppure eccellenti, più bravi degli istrioni di razza. Qualcuno ha scritto che è Servillo a “stonare” nel film. Un paradosso neanche tanto paradossale. Appartengo alla categoria di quelli che amano l’interpretazione convincente, reputando la recitazione uno degli elementi cardine del cinema, non una tappezzeria eludibile con lo stile; e in questo Gomorra rimastica la lezione neorealista al meglio: volti, corpi, voci, espressioni di un realismo aggressivo e non smussato, fotografia di una situazione da cappio al collo, di un gorgo marcio diventato quotidianità.

Per una volta ho potuto fare lo sborone e guardarmi un film senza bisogno di leggermi i sottotitoli, ma purtroppo la questione non è da ascrivere ad alcun merito del sottoscritto.
Nell’intervallo (ma anche durante la proiezione, specie all’inizio) era come non essere usciti dal film: si poteva assistere a un interessante andirivieni osmotico tra profilmico e sala (linguaggio, canzoni intradiegetiche eseguite con l’accompagnamento dell’orchestra pubblico, commenti, risate – a dire il vero un po’ troppe visto il film. Mah).

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17 risposte a “Gomorra (Matteo Garrone, 2008)

  1. pickpocket83 23 maggio 2008 alle 13:39

    “Un altissimo esempio di cinema civile, aggrovigliato intorno a un’idea autoriale quasi unica in Italia.” Quoto in particolare questa tua affermazione all’interno di un post che sottoscrivo in toto.

    Per noi “terroni” questo film ha un valore forse ancora maggiore, credo proprio per via di quell’osmosi di cui parli. Grandissimo cinema. E, come diceva Bazin a proposito dell’utilizzo di attori non professionisti vicino ad attori professionisti, la presenza di Servillo mi è sembrata una scelta particolarmente azzeccata. Speriamo che questo cinema italiano, autoriale e civile (tre aggettivi che mi emoziono a pronunciare tutti insieme) possa piacere anche ai francesi e alla giuria di Sean Penn.

    Un saluto 😉 A presto

  2. ipitagorici 23 maggio 2008 alle 13:51

    mi è piaciuto molto.
    E che dire della prima scena ? Grande Toni Servillo ma anche l’attore che interpreta il sarto, di cui non mi viene il nome.

    Bruno.

  3. UnoDiPassaggio 23 maggio 2008 alle 14:28

    Secondo me Garrone tra gli altri (tantissimi) meriti ha anche quello di riuscire a “domare” Servillo, complice anche la struttura corale e priva di centro. Servillo è grande ma, a mio parere, in un film può anche essere pericoloso. Un set non è un palco.

  4. latendarossa 23 maggio 2008 alle 15:45

    Voglio (devo) andare a vederlo, non ho letto il libro di Saviano – lacuna che prima o poi dovrò colmare – così come voglio andare a vedere (andrò) Il divo di Sorrentino.

  5. parachimy 23 maggio 2008 alle 19:21

    Bellissima recensione per un grandissimo film italiano (bisogna sottolinearlo ^^).
    Dato che i primi pareri da Cannes su Sorrentino sono entusiasti ci aspetta davvero un gran momento per il nostro cinema…

    Un saluto

    Chimy

    p.s. che splendido header!!!!

  6. honeyboy 23 maggio 2008 alle 22:36

    è un plebiscito!
    ovviamente, concordo con te

  7. Iggy 24 maggio 2008 alle 0:29

    Ennesima splendida recensione! Spero di trovarlo ancora nei cinema quando tornerò alla civiltà!

  8. NoodlesD 24 maggio 2008 alle 0:34

    pickpocket, dopo tutti quegli applausi ci spero assai che la Palm D’or venga qua. Non vorrei però che tutta questa caciara e suggestione d’oltralpe si risolva poi in un nonnulla.

    Bruno, Salvatore Cantalupo.

    UdP, verissimo, tant’è vero che per me la sua più grande interpretazione resta quella di Titta: misura, sottrazione e silenzi. Grandissimo.

    tenda, corri! Inutile dire che scalpito anch’io per Il Divo.

    chimy, vero. Speriamo – ma sono fiduciosissimo – che anche Sorrentino non deluda.

    honey, ogni tanto ci sono queste ovazioni totali anche da noi 😀

  9. NoodlesD 24 maggio 2008 alle 0:36

    Iggy, secondo me col successo che sta avendo resterà per un po’ in sala. Mai visto tanta calca per un film d’autore – e di un autore così “tosto”. E’ (amaramente) buffo che le altre pellicole di Garrone siano passate quasi inosservate; ma qui ovviamente l’argomento e la provenienza dal “bestseller” di Saviano hanno oliato parecchio la cosa.

  10. Ale55andra 24 maggio 2008 alle 15:05

    Dopo aver visto alcuni spezzoni di Il divo, sto fremendo perchè la palma venga data a quel film. Però cavoli, questo non scherza mica. Un filmazzo coi controcavoli (diciamo così per non essere volgari). Per una volta possiamo vantarci del nostro cinema!

  11. MrDAVIS 24 maggio 2008 alle 15:56

    “e in questo Gomorra rimastica la lezione neorealista al meglio: volti, corpi, voci, espressioni di un realismo aggressivo e non smussato, fotografia di una situazione da cappio al collo, di un gorgo marcio diventato quotidianità. ”

    Mi alzo e ti applaudo, oltre ad appludire il film!

  12. Cinemasema 25 maggio 2008 alle 12:34

    Dovrei vederlo oggi. Nel frattempo mi sono gustato questa ovazione cinefila. Il film è incommensurabile. Mi incuriosisce questa “mancanza del centro”. Osservazione acuta e interessante. Grazie per lo spunto e l’anticipazione.

  13. iosif 25 maggio 2008 alle 15:24

    napoletano, paul auster, scrubs…
    this is the beginning of a beautiful friendship.

  14. amosgitai 25 maggio 2008 alle 16:06

    Tra Gomorra ed Il Divo sembra sia davvero arrivato il momento di Toni Servillo… speriamo bene!!!

  15. NoodlesD 25 maggio 2008 alle 18:20

    Ale, speriamo di non restare carichi solo di “sicure” speranze.

    davis, grazie 🙂

    cinema, facci sapere 😉

    iosif, mi metto un cappello, una sigaretta tra le labbra e un impermeabile…

    amos, toni è inarrestabile ormai

  16. souffle 25 maggio 2008 alle 22:00

    anche io credo che vincente sia l’idea di cinema di Garrone, di cui, piace dirlo, si sono accorti anche in Francia.
    Un saluto

  17. latendarossa 9 giugno 2008 alle 15:27

    Rileggo ora con diverso occhio (e spirito) la tua recensione. Con la quale ora concordo, per tutta una serie di ragioni. E sai una cosa? Forse hai ragione quando dici che l’episodio di Servillo è l’unico che ‘stona’. Non per colpa dell’attore – come sempre bravissimo e grandiosamente sornione – ma perché in confronto con gli attori non-professionisti si nota una differenza. E anche il finale dell’episodio va un po’ fuori dal seminato. Il che non sminuisce ovviamente l’apprezzamento per il film.

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