Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

Into the wild (Sean Penn, 2007)

La recensione di un film in teoria non dovrebbe farsi troppo influenzare da ciò che si pensa su una storia e su un personaggio, bisognerebbe lasciare che l’analisi fosse filmica e non morale. Ma io non sono un critico, e qua non siamo su una rivista ufficiale, dunque posso blaterare della cosa come più mi piace.
Into the wild non è un film brutto e non manca di passione, anzi questa è forse la sua traccia più visibile e segnata. Il problema è mio e alla fonte (in parte). Da ragazzino lessi On the road e non diventò affatto una Bibbia per me, né lo è diventato quando l’ho riletto, dieci anni dopo, anche se l’ho apprezzato non è comunque diventato uno dei miei libri guida. Ora, sarò un pigro io, un borghese amante delle comodità, ma ciò che mi ha allontanato sin da subito da McCandless è il suo stesso obiettivo. Salvo poi giungere alla fine del film e scoprire che, guarda un po’?, lui arriva alle stesse conclusioni in cui credo io senza bisogno di farmi il giro del globo, mi si permetta la citazione: «bastava che mi faceva una telefonata e glielo dicevo io».
Per dire una delle sequenze che più m’è piaciuta è quella del ritrovo degli hippie, descritti, per una volta, con naturalezza e realismo, senza menate niu eigi o pipponi sulla comunanza con la natura, proprio perché dimostra ciò che sto tizio non vede e continua a non vedere. Okay, che nella vita devi sbattere contro le cose, perdere e risalire la china per comprendere dove sbagli, ma trovandomi io (non perché sia migliore o più intelligente) al di là del percorso di Supertramp non riuscivo a seguirlo sul serio e a dargli la mia partecipazione su quella convinzione assoluta di essere solo con la Natura (specie se per farlo mi lasci quel pezzo di figliola… okay è minorenne… ma aspetta un anno e…).
Ma questo è concettualismo. Parliamo della specificità filmica, qualsiasi cosa voglia dire. Le inquadrature che Penn sceglie, il montaggio, tutta la congerie di ralenti, panoramiche, sono anche interessanti e il più delle volte mi convincevano assai, anche perché è allora che Penn attua davvero un discorso interessante sul rapporto Uomo-civilizzato/Natura, segnandone tutte le dicotomie. Purtroppo però decide spesso di accompagnare queste immagini con un posticcio commento verbale che ne banalizza di molto l’assunto, perché finisce con l’ingabbiare per forza la tensione del protagonista in uno sviluppo razionale. Come pure il bandolo della matassa tra lui e i parenti lo si trova in una motivazione trita: genitori legati alle cose materiali – sequenza del ristorante, post diploma, nun l’ho retta proprio – che vogliono per forza comprargli comprargli comprargli e lui che invece prima di partire regala tutto ai poveri… Per non parlare di alcuni dialoghi in cui si vuole per forza estrapolare un senso e una saggezza (Hal Halbrook, che peraltro come personaggio mi piaceva anche finché non si mette a fare il trombone ascetico).

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19 risposte a “Into the wild (Sean Penn, 2007)

  1. utente anonimo 2 febbraio 2008 alle 21:40

    Sonora stroncatura. Io mi pongo a metà tra la tua stroncatura e il giubilo letto altrove. Un buon film che per via di alcune scelte (lecite, ma a mio parere sbagliate) “buca” il possibile capolavoro. Peccato, sarà per la prossima…

    Ciao,
    Mr. Hamlin

  2. DamnedFairy84 2 febbraio 2008 alle 21:58

    Io l’ho trovato meraviglioso, ma è un giudizio opinabile mi rendo conto. Per quanto riguarda la ragazza del raduno, io l’ho trovato molto lord, la scelta di Alex Supertramp mi è piaciuta!

  3. NoodlesD 2 febbraio 2008 alle 22:51

    Hamlin, il tuo commento mi dice molto sulle mie defaillances ogni volta che scrivo di un film che non mi ha del tutto convinto. Non voleva essere una stroncatura (per dire le tre pallette ci stanno sulla connection)… è che 1. sono un po’ lontano dal protagonista
    2. spiace vedere una realizzazione del genere per un film che poteva ambire di più.

    @damned, è interessante sentire il parere delle donne su una scena. Com’è noto noi maschietti siamo più profittatori… :p

  4. countryfeedback 3 febbraio 2008 alle 14:21

    Io credo che tutto si condensi nelle prime righe del tuo post: INTO THE WILD è infatti il classico cult-movie (che infatti tale diventerà) pieno di difetti di script e di impostazione registica… ma che diventano del tutto ininfluenti se ci si approccia ad esso con il cuore aperto e lasciando a casa qualsivoglia aggancio razionale.
    Un fim fatto col cuore per il cuore, ma è ovvio che se non ti sono care le tematiche della beat-generation non puoi già in partenza porti in siffatto modo – e di rimando gran parte del fascino del film viene cassato.
    Un’opera di formazione, imperfetta e “difettosa” ma straordinariamente bella.

  5. latendarossa 3 febbraio 2008 alle 14:53

    Oddio ed io che volevo andare a vederlo…

  6. MissBlum 3 febbraio 2008 alle 20:41

    Lo capisco il tuo discorso sul discorso on the road e sul non sentirlo tuo.
    Io per esempio non lo sentivo da giovane, ma lo sto sentendo ora. Strana la vita a volte.

  7. utente anonimo 3 febbraio 2008 alle 20:56

    Evidentemente ne avevo frainteso (almeno in parte) il senso. Comunque anche a me è rimasto il rammarico per quel che avrebbe potuto essere…

    Ciao,
    Mr. Hamlin

  8. latendarossa 3 febbraio 2008 alle 21:54

    Sì Nood credo che tu abbia visto giusto. Sul libro c’è scritto che Alessandro Carrera è l’autore di La voce di Bob Dylan. una spiegazione dell’America.

  9. Akamotasan 3 febbraio 2008 alle 23:37

    Arrivo da Blogicinemax.
    Senti puzza di stronzata per Cloverfield perchè E’ una stronzata.
    L’ho visto (ed ho visto The Host) ed è un film di un’imbecillità rara. Non c’è pathos (anche Godzilla era più serio) e non c’è un’idea.

  10. NoodlesD 4 febbraio 2008 alle 13:10

    country, precisamente. sono assolutamente d’accordo. Infatti, cercavo di esprimere nella recensione che non lo trovavo un film sbagliato o brutto, ma che non riuscivo a condividerne gli assunti. Solo però mi sembra ci sia un po’ di indecisione da parte di Penn su quale giudizio prendere sul protagonista.

    tenda, ma comunque la visione la merita secondo me eh.

    miss, si vede che t’è spuntata l’anima viaggiatrice…

    hamlin, no in realtà son io che m son espresso a vacche :p

    akamotasan, mi sa che lascerò perdere allora, ma forse una puntatina mi v di farla.

  11. Ale55andra 4 febbraio 2008 alle 13:32

    Infatti, io concordo proprio con Country, in realtà il film non è esente da difetti, ma se ci si lascia andare e si apre il cuore, credo che non si possa rimanere impassibili.

  12. UnoDiPassaggio 4 febbraio 2008 alle 14:45

    Tutto ma “Hal Holbrook trombone ascetico” no. Giovinastro irrispettoso!

    (a “Sulla strada” io ho sempre preferito, e di molto, il metropolitano “i sotterranei”)

    UnoCheAmaLeComoditàPiùDiTeDiPassaggio. ^^

  13. NoodlesD 4 febbraio 2008 alle 20:35

    @alessandra, ma infatti il mio grande scoglio era proprio l’ideologia di fondo, non il film in sé (che cmq s’è beccato le 3.5 pallette).

    @UdP, già non sai più che aspettarti da questi giovini irrispettosi…

  14. danielaelle 5 febbraio 2008 alle 19:52

    akamotasan: bruto tu quoque!!

    😉

    ps i muccino bros devono scendere nell’arena dei veri gladiadori mica coi lecchini irreggimentati! (disse la ragazza con la spada spuntata!)

  15. Cinemasema 7 febbraio 2008 alle 1:09

    Questa recensione conferma quanto già hai sostenuto in un comemnto sul mio post. Sono soprattutto le voci off che non ti hanno convinto e una sorta di “humus” un po’ retorico che sembra nutrire molte sequenze. Dovrò rivedere il film per capire perché, almeno dopo una sola visione, non mi ha fatto lo stesso effetto.

  16. XorlandoX 7 febbraio 2008 alle 13:24

    si ma infatti già il trailer prometteva male.io non capisco perché per capirci qualcosa devi fa tutto sto casino,cioé,il viagigo dentro te stesso etc lo puoi fare senza doverlo parallelamente fare Materialmente girandoti il mondo a buffo.la natura sotto casa non la vedi,che devi andare in alaska?gli alberi?il cielo?e sopratutto le Persone?
    (premetto che non ho visto il film,magari non ho colto il senso etc ma ecco,proprio non mi va di andarlo a vedere con queste premesse.preferisco spendere danaro per Allen)

  17. NoodlesD 7 febbraio 2008 alle 17:14

    Cinema, in realtà non ha fatto quest’effetto a molti altri. la blogosfera è un po’ divisa ^^

    XorlandoX, magari, al di là della “tesi” del film, forse è come è stata organizzata a non convincermi, non saprei.

  18. gbanks 7 febbraio 2008 alle 19:00

    uhm.
    devo confessare che anche a me l’epopea di kerouac non è mai piaciuta, o quanto meno non l’ho mai trovata significativa.
    il fatto è che into the wild la scarta a priori: il riferimento non è tanto kerouac (mccandless non lo cita mai) ma piuttosto thoreau.
    ed effettivamente, credo sia un film decisamente americano, che appartiene alla cultura americana, e che noi non possiamo capire appieno.
    effettivamente, un mccandless italiano è del tutto inverosimile: ce lo vedi uno zaino in spalla che fa l’autostop sul po?
    in ogni caso, se uno un po’ di america l’ha vista, resta completamente avvinto da into the wild.
    io lo fui.
    ciao!

  19. NoodlesD 8 febbraio 2008 alle 20:07

    giusto l’altro ieir co un’amica si parlava di un’ipotetico film on the road italiano alla ricerca della wilderness… uno dove si accampa? nelle ville comunali?

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