Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

Pastorale americana, Philip Roth

Al quarto romanzo (dopo Lamento di Portnoy, Lo scrittore fantasma, Zuckerman scatenato) posso dire di essermi fatto un’idea (anche se minima) della narrativa di Roth. Se nei romanzi brevi mi aveva affascinato molto l’ironia “ebraica” su alcuni tic e manie di quella cultura (e di timori e fobie in salsa autobiograficamente sarcastica, Zuckerman in fondo è un Roth letterario), devo però confessare un mio problema: tutti i suoi libri mi lasciano un po’ al margine, come uno che osserva un grande spettacolo, narrato con uno stile inattaccabile, ammirato sì, senza però entrare mai davvero dentro la storia. Non dico sia un difetto di stile, ma fose un’idiosincrasia personale nei confronti di alcune scelte di Roth.
Pastorale americana ti porta dentro la storia di una famiglia, attraverso il rapporto tra un padre e una figlia, lungo alcuni anni della Storia Americana (il Vietnam e la contestazione), illustrando come un chirurgo le disparità generazionali – insanabili, sembra, – tra un padre buono e per niente autoritario, ma pure incapace di comprendere e una figlia, forse viziata, forse semplicemente resa astiosa da un destino che non riguarda né lei né i genitori. È la raffigurazione di un’America che sembra produrre soltanto guerra (familiare), indifferenza, incomprensione, dove l’unica chance dei protagonisti è un dolore sordo, interiore, d’accompagnamento e pure inossidabile, che quella domanda posta alla fine di ben quattrocentocinquanta pagine non scioglie. Come si può in fondo riuscire a dare conto di tutti i nodi e i misteri della vita di un uomo?*

*scusate se termino pur’io con un ? ma credo sia anche giustificato visto che temo che dalla recensione non si capisca bene quanto mi sia piaciuto il libro. Il fatto è che non l’ho ancora capito neanche io. Se posso sottolineare i motivi che ancora mi tengono in bilico di fronte a Roth, riferendomi a Pastorale nello specifico, devo dire che quattrocento e passa pagine tutte su questo rapporto padre/figlia, sempre sullo stesso tasto, rimarcando sempre lo stesso tema, a un certo momento mi hanno portato all’esasperazione. Forse era il preciso intento di Roth, non lo so perché non lo conosco così bene (rothiani accorrette a risolvere il dilemma), ma il fatto che ho impiegato due giorni a leggere le ultime venti pagine non depone a suo favore: mi sembrava di essere impantanato senza possibilità di uscita.
Ma se qualche rothiano ha altri romanzi da consigliare si accomodi pure.

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6 risposte a “Pastorale americana, Philip Roth

  1. MissBlum 13 ottobre 2007 alle 19:18

    Io sono una rothiana, ma non credo di aiutarti, dal momento che io dalla lettura di Pastorale Americana ne uscii estasiata.
    Il punto è che a me piace proprio il suo modo di scrivere, così incasinato e barocco. Mi rendo conto che di fronte allo stile narrativo spesso la storia per me passa in secondo piano.

  2. NoodlesD 13 ottobre 2007 alle 22:27

    A me il suo stile piace, se intendiamo proprio come modo di scrivere. Ho qualche perplessità sulle scelte di… intreccio, ecco. M’ha dato una sensazione di eccessiva ridondanza (di temi e personaggi).

  3. UnoDiPassaggio 14 ottobre 2007 alle 0:47

    Io, da rothiano fanatico, posso solo dirti di lasciar perdere. Due giorni per leggere le ultime venti pagine di “Pastorale americana”, quando le pagine dovrebbero girarsi da sole (a meno che tu non fossi impegnatissimo) è un chiaro segno di disaccordo. E te lo dico con l’amarezza nel cuore.

  4. deliriocinefilo 14 ottobre 2007 alle 19:16

    “ma il fatto che ho impiegato due giorni a leggere le ultime venti pagine non depone a suo favore: mi sembrava di essere impantanato senza possibilità di uscita.”
    non ci credo, e poi l’intreccio in Roth è solo una scusa.

  5. NoodlesD 14 ottobre 2007 alle 19:52

    UdP, mi sa che hai ragione, forse 😦

    delirio, intendiamoci: non è che io ami per forza i romanzi tutto-intreccio. E’ che nel caso di Roth c’è qualcosa che non riesce a coinvolgermi a pieno. Ma non significa che non mi piaccia il suo stile, solo che per qualche motivo mi risulta un po’… freddo, lontano.

  6. davebowman 15 ottobre 2007 alle 9:57

    Capolavoro! Il mio Roth preferito.
    Degli altri che ho letto ti consiglio L’animale morente.

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