Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

Visions form Venice

Bangbang wo aishen (Help Me Eros), di Lee Kang Sheng, Vorrei sapere che cavolo vado a vedere a fare un film dell’artista feticcio di Tsai Ming Liang, quando a me il cinema di Tsai Ming Liang (a parte forse Il gusto dell’anguria) neanche mi piace. Mistero. Anche perché Help me Eros sembra una specie di copia calligrafica dello stile del “Maestro”: silenzio silenzio con personaggi che fanno cose futilissime e quotidiane, due chiacchiere di cose futili, sesso, silenzio, sesso con varie posizioni kamasutriche, parole chiacchiere, sesso a tre, silenzio silenzio… Mah. Forse sono troppo ignorante io.

The hunting party, Richard Shepard. Il vero mistero del Festival. Perché un conto è prendere che so film spocchiosamente “autoriali” che insozzano lo schermo con delle menate pseudo artistiche e pure un po’ indigeste, ma un altro è infilare nel Concorso della Mostra una vera ciofeca, un B-movies insalvabile pieno zeppo di retorica e con una sceneggiatura con dei pertusi grossi quanto il sole e una credibilità che sfida le leggi newtoniane. E poi come si fa a prendere sul serio un film pseudo-politico-umanitario che inframmezza la storia con inquadrature di una tv che manda immagini di Chuck Norris con calci rotanti? Se non altro però il film di Shepard ha offerto il destro a Disegni per una delle migliori vignette del Ciak in Mostra.

Sukiyaki Western Django, Miike Takashi. A dire il vero ha già detto tutto (benissimo) lei. Maledetta. La formula geniale della sara è la migliore chiosa: «si tratta di un puro divertissement fuori tempo massimo, in quanto tarantino ci ha già assuefatto. Se fosse arrivato prima di Kill Bill… A lei però Tarantino, col suo idioma anglo-pseudo-asiatico è piaciuto; a me ha convinto parecchio meno (anche perché zio Quentino – a parte che nell’interpretazione di Jimmy in Pulp fiction, come attore mi ha sempre convinto poco). Però va ammesso: la battuta sul mutamento onomastico shakespeariano ci ha fatto ridere per un minuto buono.

Chun-nyun-hack (Beyond the Years), Im Kwon Taek. Pare che questo signore, fondatore del cinema coreano, sia proprio nelle mie corde. Avevo visto solo Ebbro di donne e di pittura, ma dopo questo qui – che certo forse gli è un po’ inferiore – mi sento obbligato a ricercare tutto il resto della sua filmografia. Una storia d’amore “impossibile” raccontata con voli poetici e una ricerca strenua e sincera “attraverso gli anni” alla ricerca di una felicità perduta, accompagnati dalla voce della protagonista che intona canzoni struggenti riflesso spesso della sua condizione.

Cristovão Colombo – O Enigma, Manoel de Oliveira. Forte e giovane nel fisico così come (ancor più) nello spirito e nell’arte, de Oliveira ci offre in “appena” settanta minuti un saggio di eleganza, semplicità e rigore, partendo alla ricerca dell’identità (geografica, di nascita) del grande esploratore e finendo per intrecciare quel mistero al racconto del viaggio tout court, al mito dell’emigrazione, alla raffigurazione di una New York di inizio Novecento avvolta nelle nebbie. Per chiudere tornando a De Oliveira stesso, attore del suo film, che pone come un sigillo personale la chiosa al suo incontro con il paradosso dell’enigmatica origine di una delle figure più importanti e cruciali della Storia moderna.

Nightwatching, Peter Greenaway. Sarà, ma io Peter Greenaway lo digerisco davvero poco. Tutta questa solfa di raccontare la nascita di un capolavoro controverso e sofferto di Rembrandt attraverso la luce e i chiaroscuri dei suoi quadri non mi pare poi così geniale. Ma quanti film ci sono che raccontano la loro realtà attraverso i dipinti? Il problema di Nightwatching è che tutta l’operazione resta fredda, un compitino ben fatto, per far dire oh guarda quest’inquadratura come richiama il tal quadro o incredibile qui la luce cade proprio come nella tela x… Si bello, tutto molto raffinato, ma il calore della trama dov’è? E non basta la bravura del cast (primo fra tutti Martin Freeman) a salvare il tutto.

Shentan (Mad Detective), Johnnie To & Wai Kai-Fai. Un Johnnie To meno action e più introspettivo. Non ai livelli delle sue opere maggiori (tra cui anche il meraviglioso gioiello della scorsa Mostra, Fanghzu), ma non liquidabile neanche così facilmente. Un intreccio meravigliosamente complesso tra verità e menzogna, sui dubbi sul protagonista (vero sensitivo e “detective matto” che inventa una seconda realtà?). Solitudine esistenziale e labilità dei rapporti, impossibilità di rimarcare la fiducia e l’amicizia, secondo la filosofia pessimista del regista di Honk Kong. In più, la solita comparsata del grande Suet Lam.

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9 risposte a “Visions form Venice

  1. souffle 10 settembre 2007 alle 19:58

    greenaway è una delle mie attese.
    Oltre che De Oliveira.
    Ciao Noodles, buona serata. ^^

  2. honeyboy 10 settembre 2007 alle 20:04

    a me il Peter piace abbastanza
    perciò attenderò il suo film e lo guarderò volentieri ^^
    certo l’assenza di calore della trama un po’ mi spaventa

  3. gbanks 11 settembre 2007 alle 6:04

    the hunting party mi ha lasciato veramente interdetto.

    cioè, vedendolo mi chiedevo se finalmente fossi tornato a roma, e non stessi vedendo sky cinema max, solo che avevo le allucinazioni e la mia camera mi sembrava la sala grande.

    de oliveira mi sono rifiutato e greenaway pure.

    help me eros ciofeca idolatrata (come del resto the most distant course…)

    mad detective… che dire? cinque minuti da applausi, e johnny toe con quella faccia di ufficiale del catasto è meraviglioso.
    durante l’intervista che gli abbiamo fatto con quelli della rivista, ad un certo punto gli abbiamo chiesto del finale wellesiano, degli specchi come ne la signora di shanghai.
    e lui ci guarda dicendoci “e chi l’ha mai visto la signora di shanghai?”
    ma non con la spocchia, eh.
    con la faccia di uno “aho, io so’ ignorante, faccio film d’azione, ma come fate a vederci tutte queste cose nei mie film?”

    il mio film in concorso migliore era brian depalma.

    il migliore in assoluto quello di wes anderson.

  4. souffle 11 settembre 2007 alle 9:49

    Il fatto di non vedere film altrui lo dicono quasi tutti i registi, tranne i geni, come Kubrick che ammetteva senza problemi di vedere molti film.
    Ricordo poi che Kieslowski a Bologna nel 1995 prendeva in giro gli studenti che analizzavano i suoi film trovandoci cose cui lui non aveva pensato.
    “Come mai il numero 15 compare più volte nella pellicola?”
    “Ah davvero?”
    Un simpatico giochetto.
    Che Johnnie To non abbia visto la Signora di Shangai non depone a suo favore, ma solo come spettatore, non come regista.
    Ricordo come John Landis a Milano ci raccontava come Spike Jonze gli avesse detto di non avere mai visto Casablanca.
    “Eppure fa dei buoni film” disse Landis, cui sembrava inconcepibile che un regista non fosse cresciuto con il cinema.
    Segno che forse per fare buon cinema (e forse anche per scriverne) non sempre occorre avere visto tanti (o tutti) i film?
    La questione è aperta.
    Greenaway e De Oliveria sono due persone che fanno cinema a dispetto di tutto e di tanti.
    Come quelli che fanno ancora la pasta a mano, mentre il mondo va veloce e consuma 4 salti in padella.
    Solo per questo sono da ammirare.
    E la pasta fatta a mano, nonostante quello che dicono gli spot trendy è ancora più buona dei 4 salti in scodella.
    Certo il loro cinema non piace a tutti, specie a chi ha 20 anni, ma c’è spazio per tutti. Per ora. Poi, chissà. Quando gli unici film che si vedranno saranno action movie e buddy movie, e ci sarà spazio solo per il cinema spettacolare, vuol dire che faremo altro. Pazienza.

  5. MissBlum 11 settembre 2007 alle 10:16

    Molti registi si divertono a fare giochini del genere. Ricordo il “Maybe” divertito di Jane Campion a una lunghissima e complicata domanda di una studentessa che metteva in relazione non ricordo quali tematiche in non ricordo quali film.

  6. NoodlesD 11 settembre 2007 alle 12:57

    souffle, allora spero che piacerà di più a te che a me 🙂

    @honey, be’ magari la freddezza ce la vedo solo io eh, anche perché è qualcosa che mi comunica quasi tutto il cinema di Greenaway.

    @souffle, infatti io non sono contro l’idea di cinema artigianale, anzi. Tant’è vero che a me il film di De Oliveira piace molto. E’ quello di Greenaway che mi lascia del tutto freddo. Mai stato uno che si pappa solo lo spettacolone (anzi, viste le ultime derive del cinema americano direi che ha perso pure i suoi aspetti positivi oggigiorno).

    @gbanks, miss, souffle, i registi come ogni autore intervistato tendono sempre a sfoderare un po’ di paraculaggine secondo me. A volte si divertono proprio a limitare le cose, a “deludere” le nostre elucubrazioni. Certo poi dev’essere anche difficile rispondere a interpretazioni forse torppo complesse cui davvero magari il regista neanche aveva pensato a proposito del proprio film (penso a ciò che scriveva la miss della campion); poi ce ne sono altri che fanno dell’atteggiamento da gnorri una vera mascotte: Lynch in questo è insuperabile. Pur di non svelare/si lascia sempre tutto nel dubbio e finisce col non dire (quasi) nulla. Ma credo che sia accettabile il suo modo di vedere le cose, anche considerando il tipo di film che fa.

  7. UnoDiPassaggio 14 settembre 2007 alle 18:05

    “Cristovão Colombo – O Enigma” vorrei vederlo ORA.

  8. parachimy 23 ottobre 2007 alle 9:02

    Ciao, anch’io ero a Venezia e mi fa molto piacere che ci sia qualcuno che ha visto (e apprezzato) “Beyond the years” di Im Kwon-taek. Un film di una poeticità intensa, con magnifiche immagini e musiche toccanti… purtroppo è un tipo di cinema che si vede sempre meno.
    Di Im Kwon-taek ti consiglio caldamente di recuperare “Sopyonje”, film del 1993, di cui “Beyond the years” è il seguito. Lo apprezzerai sicuramente moltissimo…
    Ciao

    Chimy

  9. NoodlesD 24 ottobre 2007 alle 14:21

    sì so che è un seguito, infatti non vedo l’ora di recuperare l’altro (insieme a molti altri suoi film 🙂

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