Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

Sicko, Michael Moore

Che Moore sia un documentarista da guerriglia, dichiaratamente e “terribilmente” fazioso è cosa nota; i suoi trascorsi ci hanno abituato a una rappresentazione della realtà (americana), spesso, se non proprio distorta, certamente un tantino tendenziosa. Né questo mi pare un vero problema, a dire il vero. Non esiste il documentario “oggettivo”, dato che anche nella scelta di cosa e come inquadrare emerge l’ottica dell’autore, più o meno cosciente e sottolineata. Si può certo imputare a Moore qualche eccesso di soggettivismo, un annullamento del contraddittorio, ma, ed è stato scritto, se si intende Sicko come opera principalmente rivolta agli americani le cose cambiano e ciò che Sicko racconta assume un aspetto ancora più inquietante. Perché al di là di ogni sequenza/commento partigiani di Moore ciò che non si può mettere in dubbio è la profonda contraddizione di un Paese democratico, tra i più ricchi del mondo, che nega le cure necessarie al fabbisogno dei suoi cittadini.
Per questo la sequenza a Cuba, spesso tanto bistrattata, è in realtà una scelta giusta, perché ci riporta a quel gusto del paradosso, dell’ironia feroce (sebbene meno fuori dai denti stavolta, ma forse proprio perché più composta alla fine anche più convincente – ma di sicuro l’elenco dei malanni non coperti d’assicurazione in versione Star Wars è geniale) che sono elementi cardini del cinema di Moore. E così anche la presunta anima ricattatoria del film è “inevitabile”: stiamo parlando di mala sanità (o meglio della sua inesistenza pubblica), è dunque presumibile che i casi posti sotto esame finiscano per fare leva sull’emotività dello spettatore.
Tuttavia, è anche vero che Sicko i suoi difetti ce li ha, ad esempio nel modo in cui dipinge la “situazione cubana”, agli occhi di Moore una specie di paradiso in cui i medici sono angeli custodi pronti a salvare vite. E lo stesso di può dire per le sue incursioni in UK e in Francia, anche perché prendono troppo tempo per ribadire in fondo un concetto che poteva essere espresso/dimostrato molto più sinteticamente. Senza contare inoltre che è un po’ troppo semplice (e semplicistico) opporre il sistema sanitario americano (retto dalle assicurazioni) a quello “europeo” (statale), e interessarsi invece meno al perché e al per come l’America abbia quel sistema (tema affrontato solo di striscio). Da un punto di vista strettamente cinematografico, il film sembra fare un piccolo passo indietro, nella misura in cui la sua prima parte è sostanzialmente né più né meno un documentario “normale”, privo di quella forza icastica, di quell’ironia al fulmicotone che avevano le precedenti opere di Moore. Tutto il primo tempo, in cui il nostro beneamato non è nell’inquadratura, somiglia un po’ troppo a una sorta di brochure informativa che, nel caso di Moore, è anche il più grave “difetto”, visto che uno dei suoi più grandi pregi sta nel fare documentarismo con una geniale maestria nello spettacolarizzare il racconto, danzando in equilibrio tra le pieghe della realtà e la loro “pantomima”. Resta comunque l’assoluta necessità di fare luce su uno degli aspetti più oscuri della realtà sociale americana.

Per i cinebloggers: non dimenticatevi di votare, se vi aggrada.

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7 risposte a “Sicko, Michael Moore

  1. souffle 3 settembre 2007 alle 11:13

    Io credo invece, che proprio il “passo indietro” di Moore come persona/personaggio nella prima parte, le abbia giovato.
    E del resto, grazie al montaggio e alle musiche, la prima parte ci regala anche momenti di feroce ironia.
    Nella seconda parte, quando entra di nuovo in pista il personaggio Moore nella parte dell’americano all’estero, abbiamo la tanto amata (da molti) spettacolarizzazione del documento, e – a mio parere – la caduta inevitabile del prodotto.
    Se vogliamo accogliere Moore come documentarista, “credendo” alle sue parole, allora ci si deve porre la domanda: parla a noi che stiamo dalla sua parte o a tutti quelli che non la pensano come lui?
    Cioè, se è così importante, se la fondamentale ragione per cui esistono questi prodotti è “convincere” gli americani a cambiare idea o vedere un altra sanità possibile, siamo sicuri che ha raggiunto un seppur minimo scopo? Io credo di no.
    Come opera unicamente filmica, rimane poi un classico esempio di fiction di propaganda, fatto bene per metà, con retorica e piagnisteo finale degno dei migliori film bellici prodotti dall’Office of war information. Un saluto.

    PS: sulle questioni sentimentali hai tutta la mia solidarietà e appoggio. ^^

  2. honeyboy 3 settembre 2007 alle 11:22

    in fondo sono d’accordo con te, noodles, solo un po’ più entusiasta ^^

  3. MissBlum 3 settembre 2007 alle 18:26

    Io sono d’accordo con Souffle, il passo indietro nella prima parte l’ho gradito. Sarà che a me la “spettacolarizzazione del documento” da un pò addosso. E lo dico da persona che stracondivide certe idee.
    Diciamo che è una questione di stile.

  4. simonebocchetta 4 settembre 2007 alle 9:07

    ho molta voglia di vederlo, ma ormai, sugli ultimi film usciti arrivo sempre in ritardo…
    bel blog
    ciao

  5. latendarossa 4 settembre 2007 alle 17:51

    Non vedo l’ora di vederlo – forse ha calcato un po’ la mano nel confronto Europa/America proprio perchè (ipotizzo eh) molto spesso, per ignoranza o malafede, c’è chi elogia incondizionatamente gli Stati Uniti, senza capire quali sfracelli avremmo qui da noi se avessimo un sistema sanitario del genere. Condivido la tua affermazione Non esiste il documentario “oggettivo”, dato che anche nella scelta di cosa e come inquadrare emerge l’ottica dell’autore, più o meno cosciente e sottolineata.

  6. heartshapedbox86 4 settembre 2007 alle 22:38

    Bene, il mio commento non c’entra un’emerita mazza con il post.. ma mi è concesso lasciare un saluto? A bientot, Antoine. 🙂

  7. mafaldablue 8 settembre 2007 alle 20:52

    forse vado a vederlo domani…mi riservo un commento più arguto dopo che l’avrò visto.

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