Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

Homey

John Fante, Un anno terribile (1933 Was a Bad Year, 1954/1985).
Se ho intitolato uno dei tag a Fante non è un caso e chi legge un po’ questo blog con frequenza sa quante volte ne ho discusso qui. E per evitare di fare il fantiano convinto e truce, che si legge tutto quanto questo signore scrive senza alcuno spirito critico ammetto che Un anno terribile non è tra le sue cose migliori. E non perché sia un cattivo romanzo, ma perché ha la pecca di riportare su elementi, personaggi, storie che Fante ha già descritto (meglio) altrove. Non manca certo di momenti brillanti, di pagine in cui si ride letteralmente per le trovate stilistiche adottate, ma al tempo stesso segna un dubbio: se un romanzo non è stato pubblicato a suo tempo e se lo scrittore lo considerava poco riuscito, un motivo c’è. Ma da fantiano becero sono comunque ingordamente avido di leggere tutto quanto questo signore abbia scritto, perché anche un romanzo minore di Fante è una manna dal cielo letterario.

Aldo Tassone, François Truffaut. Professione cinema – Interviste inedite (2006).
Truffaut non era semplicemente un cineasta, ma anche uno degli uomini più innamorati della settima arte che abbiano mai aperto gli occhi sul mondo. Leggerlo/ascoltarlo parlare della sua grande passione non può lasciare indifferenti. Qui c’è tutto, c’è una parte introduttivo-biografica (che magari è un po’ staccata dal volume o da un’impressione di bignamino che la Malanga – autrice di una delle introduzioni – ha asciugato dal suo bellissimo testo sul regista), poi ci sono le parole, i ricordi, le riflessioni di un genio. In ogni pagina trovate una frase da sottolineare, una chiosa in due parole su un regista che definisce meglio di qualsiasi trattato l’immagine dello stesso, e che ti fa perdonare anche a Truffaut la totale “incomprensione” di un genio come Kubrick, definito un freddo fotografo (ma è anche vero che il cinema del signore di 2001 è forse troppo lontano da quello del regista che amava le donne). Provate a darci una lettura, ogni volta che si interagisce con Truffaut la voglia di cinema viene rispolverata, lo spettatore riceve un’iniezione sanissima di cinefilia seguita dalla voglia di riguardare i classici, di cui ormai fanno degnamente parte anche i titoli del signor T.

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9 risposte a “Homey

  1. MissVengeance 4 luglio 2007 alle 11:16

    sei ancora mio ammmico se ammetto candidamente di aver letto a ovest di roma (per la prima volta) dieci giorni fa…?

    cough.

  2. UnoDiPassaggio 4 luglio 2007 alle 15:03

    Mi hai fatto ricordare che la succosa (e bellissima, concordo) monografia della Malanga su Truffaut è stata la mia coperta di Linus durante il periodo di stesura della tesi di laurea…

  3. NoodlesD 4 luglio 2007 alle 15:55

    miss, certo e ti rispetto e ti vogghio bene anche di più: diffondete il verbo dei molise e dei bandini!!!

    @Uno, a questo punto sorge spontanea la domanda: su cos’era la tesi? argomento truffautiano?

  4. UnoDiPassaggio 4 luglio 2007 alle 17:34

    Ebbene sì. Verteva su “La camera verde”, uno dei suoi film più belli, più dolorosi e meno noti (e sui due/tre racconti di Henry James dai quali la sceneggiatura era liberamente tratta).

  5. NoodlesD 5 luglio 2007 alle 12:00

    Anche uno dei suoi più sfortunati. Ho l’impressione che i suoi film più “carnalmente” sentiti abbiano sempre avuto un esito negativo (altri due esempi bellissimi sono Le due inglesei e Adele H.)

  6. souffle 5 luglio 2007 alle 12:05

    Grazie per avere ricordato questo film.
    A me è venuto in mente anche Adele H., leggendo che si parlava della Camera verde.
    Mi colpì questa difficoltà (o determinazione a non farlo) di elaborazione del lutto di quello sfortunatissimo personaggio (sfortunato come di Adele nell’altro film), questo attaccamento alla memoria, amore che uccide, che finisce alla fine per impedirti di vivere e (con)vivere.
    Vivere per i morti (e contro i vivi?), nasconde forse una terribile solitudine di chi ama (ha amato) troppo, o – paradossalmente non ha mai imparato ad amare (che vuole dire anche lasciare andare).
    Ci ho sempre visto anche una metafora del cinema stesso, o: meglio, dell’attaccamento al cinema del passato, restare ancorati ad un modo di morti, non accettando i cambiamenti inevitabili.

    Tutto questo, suppongo getta un’ombra malinconica sulla serata (cfr. Monty Python) ^^

  7. NoodlesD 5 luglio 2007 alle 17:24

    Be’, La camera verde E’ un film sul cinema (non è un caso che molti dei “defunti” ritratti di Julien Davenne siano personaggi del cinema scomparsi e non…).

  8. latendarossa 10 luglio 2007 alle 15:14

    Posso dire che questo post fa molto Mollica’s corner?!? 😉
    Anzi no, tu scrivi e ragioni molto meglio del simpatico Vincenzo 🙂

  9. NoodlesD 11 luglio 2007 alle 13:25

    ti dirò, a me prima Mollica stava simpatico, poi ha cominciato (o hanno cominciato) a “pillolarlo” a fargli fare servizi su 10000 cose ristrette in 2 minuti e allora tutto è andato a scatafascio.

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