Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

INLAND EMPIRE (id., David Lynch, 2006)

Da bambino mi divertivo con gli specchi della sartoria di mia zia, tre specchi posti l’uno di fronte l’altro, che quando ti ci ponevi al centro ti vedevi duplicato all’infinito e ogni specchio rifletteva l’altro, e all’interno dell’immagine dell’immagine ti sembrava di poter scorgere una nuova porta, o una nuova entrata. Se però si crede di poter “risolvere” INLAND EMPIRE applicando meccanicamente il gioco delle rifrazioni, è bene dirlo, si finisce fuori strada. INLAND EMPIRE moltiplica non soltanto lo spazio, gli alter ego e i piani temporali del film (e del film nel film che è un remake e dunque fa riferimento ad un altro film e a un’altra donna, doppio – nel ruolo e nella realtà – della protagonista), ma gioca pure con le coordinate degli spettatori in sala, una scatola blu piazzata al centro del buio che riflette e assorbe di continuo, intrecciando le carte, moltiplicando i sentieri (possibili e impossibili), le persone, i doppi, un film che ti guarda mentre lo guardi e che dunque guarda se stesso attraverso te che lo stai guardando. Oltre Mulholland drive e Strade perdute, oltre Eraserhead, oltre il chi sogna chi, il chi è il doppio di chi. La scelta del digitale porta il cinema di Lynch a una sorta di balzo prometeico, a una radicalità ancora più esasperata, che a confronto Mulholland drive pare cinema classico. La forma della nuova creatura è instabile, opaca, a volte effettivamente brutta, assumendo così nel proprio dna la linfa naturalmente più metamorfica del digitale (ma su questo punto preferirei che Lynch facesse un passetto indietro, anche se forse è impossibile anche se è evidente che INLAND EMPIRE poteva essere girato solo in questo modo ed è il film che meglio rivela la formazione e la cultura soprattutto pittorica e non cinematografica del suo autore).
INLAND EMPIRE sembra fatto apposta per mandare in corto circuito lo spettatore, continuamente, ad ogni svolta, tradisce di continuo ogni tentativo di delimitazione, sfugge sadicamente a ogni interpretazione univoca. Chi non ama il cinema furiosamente, è meglio che stia lontano da questo film, che chiede molto, non solo – sarei tentato di dire non tanto – al cervello, alla mente, quanto allo spirito, alle sensazioni, all’essere uomo di ogni uomo e alle sue capacità percettive sfidate in un gioco perverso e ipoteticamente infinito perché autoripoducentesi.
Quando si crede di essere qui si è là, e quando si crede che sia oggi è invece domani (o ieri). INLAND EMPIRE è un lungo enorme, intricato, labirintico flashforward contaminato da brani di psiche in delirio e schegge di cinema (di Hollywood, di tutta la “memoria centrale” della settima arte, attraverso tutti i canali, fino alla tv e al seriale di Laura divenuta coniglio gigante, di tutto Lynch, “presente” non ultimo con una marea cammei di “suoi” attori/attrici, anche solo in veste di voce). Luci, set, registi, storie, polacchi, prostitute, Los Angeles, numeri musicali, numeri sulle porte, un film sul film, un film su Hollywood, dove i compartimenti sono tirati a tali estreme conseguenze di messinscena e sceneggiatura che a volte pare sfiorare la video-arte, senza mai diventarlo. Perché è evidente che questo è cinema e che racconti una storia. Quale storia ci racconti, è un’altra questione, perché a Lynch interessa soprattutto comunicare emozioni, riflettendone una dall’altra, scomponendo la sua trama e avanzando con sviluppi verticali, obliqui, ramificati che nascono da partenogenesi più che da un utero-mente. INLAND EMPIRE è il luogo interno di una mente che non cancella ma moltiplica, sfalda, confonde, si perde in una labirintica ricerca dell’identità che forse – come presagisce il “finto” happy end – sarà destinata al fallimento, l’identità diventa una folla che si prostituisce di film in film moltiplicandosi fino a smarrire il suo originale, come nel prestigio di un Angier. Il film è un vampiro che risucchia lo smarrimento totale dello spettatore e lo trasferisce, in immagini, sullo schermo, ingannandoti mentre lo guardi, convinto di assistere a una storia, mentre invece ne stai vivendo una con fatica, sudore, crisi e voglia di indossare un costume da coniglio gigante*.
INLAND EMPIRE è un’immensa fiaba nera, esplosa certo, ma pure ricca dei totem vuoti insiti nel suo dna, una rilettura di Alice persa in un imprecisato impero interiore, tra infrazioni di raccomandazioni, pene da scontare, la magia salvatrice, il viaggio nelle tenebre all’inseguimento di un coniglio che non ha più il candore del bianco, ma è bruno e si esprime con nonsense e frasi fatte, altri inquietanti brandelli di frasi e pezzi di discorso quotidiani, di realtà banale ma isolata e privata del suo contesto, contestata con una riso inspiegabile e irrazionale che lascia disturbati e scossi, come l’intera impalcatura labirintica del film.

*vi prego ditemi che non sono l’unico ad aver avuto questo desiderio in sala…**
** e già che ci siamo: è normale che ho notato il mio sorriso allargarsi compiaciuto fino quasi a toccare le orecchie al numero musicale di The loco motion (idem cum patate con quello che chiude il film – me li sono guardati tutti i titoli di coda, sino alla scritta dolby digital)? Confesso che stavo per avere un orgasmo estetico. Se poi uno mi chiede il motivo… ecco, quello proprio non lo so. Ma potrei dire non lo so con i tre quarti di ciò che ho visto di queste tre ore di film. Urge una revisione.

Riflessione al margine:
Lo ammetto, sarò un nostalgico, un sauropode tradizionalista, ma preferisco ancora il Lynch di Mulholland. Ho la sensazione che qui sia andato davvero troppo oltre, fosse anche solo per l’uso straniante del digitale. Ma è anche vero che una visione non basta e soprattutto, Mulholland drive – che, alla prima visione, pur avendo l’impressione di non averci capito un tubo (tranne che ci fosse un qualche collegamento tra le due “parti”) già adoravo in modo furioso e del tutto inspiegabile – dico Mulholland (come pure Strade perdute), per certi versi facilitivano la visione con i loro più “netti” referenti al noir (seppure destrutturati, ma dall’interno). INLAND EMPIRE porta alle estreme conseguenze le “perversioni” narrative del dittico del “doppio sogno”, dove Lynch seminava quesiti da film giallo cui poi rinunciava a dare risposta. Qui – almeno così mi pare, ma dopo una sola visione potrei dire una cazzata – non si è più agevolati dalle maglie del cinema di genere e si viene sparati direttamente nel magma esploso di una mente in pieno delirio.
Il doppiaggio non è proprio malaccio, ma in certi punti davvero non mi convince. E poi sono convintissimo – con Lynch – che i suoi film, il suo lavoro sul missaggio del suono, perda inevitabilmente molto se viene… ri-toccato.

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26 risposte a “INLAND EMPIRE (id., David Lynch, 2006)

  1. utente anonimo 13 febbraio 2007 alle 19:24

    Dato che anch’io come te l’ho visto al Modernissimo (sabato), mi dici se hai riscontrato anche tu problemi di messa a fuoco? Insomma, se gli attori non erano proprio in primo piano li vedevo sfocati… e mi è rimasto il dubbio se fosse il difetto tipico del digitale a bassa definizione proiettato su grande schermo o se si trattasse di scarsa competenza del proiezionista.
    Flavio

  2. NoodlesD 13 febbraio 2007 alle 19:50

    No, temo fosse proprio una caratteristica del digitale, tra l’altro che io sappia Lynch ha usato pure quello a “bassa risoluzione”.

  3. sickfrances 13 febbraio 2007 alle 20:06

    argh!
    dopo aver letto questa recensione ho ancora più voglia di vederlo! sigh, chissà dove dovrò andare a finire per godermelo al cinema (maledetta BIM!)…
    p.s. my mum si congratula con te per il tuo modo di scrivere 😀

  4. utente anonimo 13 febbraio 2007 alle 21:06

    ma quanta roba si potrebbe dire attorno a questo film?

  5. JerryGarcia85 13 febbraio 2007 alle 23:15

    Si potrebbe dire di tutto e di più, ma sarebbe comunque inutile: va visto… due tre almeno quattro volte (al cinema: in tv perderà molto). (sulla sequenza di The loco-motion, specialmente la seconda volta, ho ritrovato la voglia perduta una settimana fa a causa di Una notte al museo).

  6. NoodlesD 13 febbraio 2007 alle 23:36

    @jerry, infatti sto meditando di tornarci al cinemino e farmi un’altra dose LOL. Cmq, è vero, temo che in tv molto lo perderemo di questo film…
    [quella sequenza musicale me la devo scaricare e mandarmela in loop sul pc, come minimo LOL].

  7. UnoDiPassaggio 14 febbraio 2007 alle 19:54

    E meno male che non sapevi che scriverne e se ti fosse piaciuto o meno… ^^

  8. BLaSteR 14 febbraio 2007 alle 23:45

    io lo devo ancora vedere ed il tuo post mi ha convinto a farlo prima possibile 🙂

  9. Isognatori 15 febbraio 2007 alle 8:32

    Noi siamo ancora più nostalgici, e rimpiangiamo il Lynch meno cervellotico ma molto più efficace di qualche anno fa. Fino a “Lost highways” lo abbiamo adorato, ora (al pari del Lars Von Trier de “Le cinque variazioni”) Lynch sembra aver perso completamente di vista il concetto (basilare) di “narrazione”, producendosi in giochini intellettualistici e contorsioni mentali: affascinanti quanto si vuole, ma fini a se stessi. Forse ha dimenticato il piacere di raccontare una storia e basta. O forse ritiene che raccontare una storia e basta sia ormai banale.

  10. NoodlesD 15 febbraio 2007 alle 11:36

    @uno, si poi mi sono sbloccato ^^

    @Blaster, be’ allora fammi sapere poi se t’ho convinto bene… :p

    @Sognatori, be’ io credo che INLAND EMPIRE possa dare quest’impressione, ma Mulholland lo adoro. Il suo “sperimentalismo” è funzionale e comunica e racconta pur nella sua apparente difficoltà. Diciamo che la sperimentazione di Lynch prosegue ormai inarrestabile, né sarebbe possibile il contrario. E’ come se stesse cercando di piegare il cinema alla pittura. Ma in fondo anche Kubrick sosteneva che il cinema fosse un’esperienza non-verbale…

  11. Atomica 15 febbraio 2007 alle 19:47

    cercare di godersi mulholland drive con una tizia che ti bisbiglia nell’orecchio “non ci capisco un cazzo” è impossibile, per questo cercherò di vedere inland empire da sola in una stanza insonorizzata. senza camicia di forza però.
    (ah, pure io resto magra, e se non mangiassi dolci sparirei)

  12. latendarossa 15 febbraio 2007 alle 22:36

    Quando leggo queste tue recensioni mi sento doppiamente un ignorante…sia perchè non ho visto il film sia perché so che non ne saprò mai parlare in un modo così…così. :))

  13. MissBlum 16 febbraio 2007 alle 0:49

    Chissà se riuscirò ad andare a vederlo prima che sparisca dai cinema…chissà…

  14. NoodlesD 16 febbraio 2007 alle 1:35

    @be’ forse è anche meglio, che uno lo guardi da solo, con tutti i comfort, rilassato che a volte le sedie del cinema non sono poi così comode…

    @tenda, se butti un occhio a questo film ti rendi conto che anche tu ne scriveresti così, perchè temo sia l’unico modo :p

    @miss, devi anche vedere se c’è nella tua città, visto che la distribuzione ha avuto questa geniale idea di fornire al mercato italico solo 25 copie e a volte più di una in una sola città -_-“

  15. snaut 16 febbraio 2007 alle 13:36

    Per curiosità, quanti spettatori c’erano in sala? Venerdì scorso sala 1 modernissimo allo spettacolo delle 18.30 c’erano più o meno 30 persone.

    ciao

  16. NoodlesD 16 febbraio 2007 alle 14:18

    ce ne erano più di 30. Non era affollatissima ma c’era un bel gruzzolo e devo dire nessuno ha mollato. forse arrivavamo a 40-50…

  17. snaut 16 febbraio 2007 alle 21:00

    Credo che nessuno abbia mollato nemmeno venerdì scorso. Seduto comodissimo con le gambe ben distese, il mio smarrimento totale non è stato però risucchiato bene 😐
    Strano, perchè cmq non lo considero come altri (pochi?) un film deludente.

    ciao

  18. NoodlesD 16 febbraio 2007 alle 21:31

    guarda io all’uscita ho avuto la stessa sensazione. ci ho rimuginato per qualche ora, prima di scriverne. Considero questa recensione e il voto sulla connection come un work in progress ^^

  19. MissBlum 17 febbraio 2007 alle 20:09

    Sono informatissima, in realtà. E a Genova c’è. Tra l’altro è appena entrato nella sua seconda settimana di permanenza. Quasi non ci si crede.

  20. snaut 19 febbraio 2007 alle 23:29

    Scusami se ti rispondo solo ora.

    L’ho rivisto e stavolta posso sottoscrivere che è davvero ottimo (ma dovrei dire eccellente).
    Devono però esserci dei difetti, altrimenti stiamo davvero dalle parti del sovrannaturale oltre che dell’inspiegabile 🙂

    Cmq aspetto altre tue impressioni 🙂
    ciao

  21. NoodlesD 20 febbraio 2007 alle 15:36

    eh vedremo per le prossime. il fatto è che sono impegnato con un esame e non so se riesco a guadagnarmi altre tre ore per andare al cine (di pomeriggio) 😦
    anche perchè ho da vedere ancora le lettere e il re di scozia… 😦

  22. Parlardi 21 febbraio 2007 alle 13:03

    anch’io volevo travestirmi da coniglio, non preoccuparti, peccato è già quaresima

  23. utente anonimo 26 febbraio 2007 alle 13:37

    Ciao! Questo post è entrato a far parte dell’Inland Empire Aggregator!

    Private I

  24. Avag 21 marzo 2007 alle 12:46

    ecco lo sapevo, neppura la voglia di travestirmi da coniglio, mi e’ venuta! 😦
    quel gioco tra i due specchi frontali, quello lo facevo: mazza che ansia pero’! 🙂

  25. NoodlesD 21 marzo 2007 alle 15:05

    è vero, era un’ansia ma al tempo stesso… divertente stimolante, come il cinema del dottor lynch ^^

  26. davebowman 22 marzo 2007 alle 10:07

    Grazie del paesaggio.. e complimenti per il tuo interessante e partecipato commento al film.

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