Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

Vero come la finzione (Stranger than fiction, Marc Forster, 2006)

A una prima lettura della trama del film, ancora prima di vederlo, il pensiero può saltare subito dentro un’atmosfera pirandelliana. Intuizione non del tutto errata, in effetti, ma che all’uscita dalla sala va un po’ regolata. Nell’universo del signore di Girgenti, infatti, non c’è mai davvero una confusione tra i piani della realtà (dello scrittore) e quelli della finzione (del personaggio); i due sono assiomaticamente distinti, l’uno dentro lo scorrere inarrestabile della vita e del contingente l’altro tra le pagine perfette e immutabili di una costruzione metafisica, da cui persino il suo creatore è escluso, in quanto soggetto alle leggi deterioranti della fisica.
Nel film di Forster, invece, i piani sono più intrecciati, secondo una spirale che ricorda – specie nella prima parte – soprattutto le elucubrazioni cerebrali di Kaufman, in cui l’interzona tra iperuranio della finzione e quotidiane traversie dello scrittore è molto più sottile, prevedendo non solo un accavallamento e un mutuo rapporto d’influenza tra le parti, ma anche e soprattutto un’esistenza reale, concreta del personaggio dentro il mondo del suo stesso creatore. L’inizio, con la messa in moto di questo processo non è proprio ai livelli di Kaufman, ma pure a suo modo funziona, e sebbene il finale insinui un leggero sospetto di compromissione, il film ha anche una parte centrale ben strutturata e spesso commovente nel tracciare la vita/non vita del suo protagonista (anche se è vero che qui latita un po’ troppo la presenza metaletteraria, come se fosse stata un po’ dimenticata). Ma è impossibile non amare un film con un cast di questi livelli, da un ottimo Ferrel a una deliziosa, dolcissima e fichissimamente tatuata Maggie Gyllenhaal; su su fino a un ben ritrovato Hoffman, in gran rispolvero e una Thompson in coraggiosa confessione autobiografica che sottolinea dal di fuori un altro e nuovo rispecchiamento tra palco e platea, tra messa in scena e vissuto, facendo rilucere prismaticamente un’opera sulla riflessione morale tra arte e vita, sulle responsabilità di un autore nei confronti delle vite di carta. Non del tutto centrata, forse, come è pur vero che qualche riflessione metaletteraria fatica a diventare davvero cinema, ed è più detta che mostrata, ma tutto sommato l’esperimento può dirsi riuscito. Non un capolavoro, ma un’opera comunque intelligente e stimolante, che fa ben sperare nei prossimi frutti dello sceneggiatore Zach Helm.

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3 risposte a “Vero come la finzione (Stranger than fiction, Marc Forster, 2006)

  1. deliriocinefilo 10 febbraio 2007 alle 16:46

    “ottimo Ferrel a una deliziosa, dolcissima e fichissimamente tatuata Maggie Gyllenhall; su su fino a un ben ritrovato Hoffman, in gran rispolvero e una Thompson in coraggiosa confessione autobiografica”
    concordo al 1000 per 1000 ma con un finale appendice-guasta-film

  2. delikatessen 10 febbraio 2007 alle 18:47

    Concordo su tutto ed in particolar modo sull’ottimo cast (era da un pezzo che Hoffman non faceva parti decenti…).

    Non concordo, invece, con deliriocinefilo: il finale ci può stare benissimo, in fondo è soltanto un film. No, aspetta, un libro. Oppure un film..?

    ;o)

    BenSG

  3. NoodlesD 10 febbraio 2007 alle 18:52

    secondo me delirio ha in parte ragione, cioè il finale fa storcere un pochino il naso, c’è poco da fare, però in definitiva, il film mi pare comunque riuscito, in parte proprio per quel cast.

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