Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

L’orologio di cenere, Aldo Moscatelli

Quasi due mesi fa ero stato contattato via PM da I Sognatori casa editrice nuova (qui il blog), appena nata, che, in un Paese come il nostro, è come acqua in un deserto. Un’iniziativa preziosa e anche un po’ folle, se vogliamo. Mi era stato chiesto di leggere e recensire un loro libro, cosa che ho accettato con molto piacere.
Mi spiace invece dover scrivere una recensione negativa di questo romanzo di Moscatelli, hard boiled ambientato in un’imprecisata cittadina americana, che poteva essere un’ironica variazione sui romanzi di genere poliziesco o una sua versione “seria” ma con un retrogusto italiano.
Non è né l’uno né l’altro. Scritto certo bene, nel senso che non si notano strafalcioni o incertezze o difficoltà di scrittura (e se pensate che queste siano cose che vanno da sé sappiate che si pubblica della mondezza che neanche vi immaginate, e spesso da editori rinomatissimi), anche se avrei delle riserve su quella nefasta abitudine di andare “a capo” a ogni fine di periodo, il cui motivo spesso mi è sfuggito, anche perché spezzava il senso logico del racconto. Ma il vero problema del romanzo in questione, per chi vi scrive, è di carattere narratologico: i personaggi sono privi di spessore, bidimensionali, non si sollevano mai dalla carta. I dialoghi, punto di forza della narrativa hard boiled, qui proprio non funzionano. Moscatelli, nell’intervista che segue il romanzo (personalmente temo gli costi un effetto boomerang più che un reale guadagno) dice di non aver letto i romanzi del genere, sentenziando in un certo senso nel libro stesso le problematiche che si notano ne L’orologio di cenere. Perché non si capisce il motivo ch spinga uno scrittore a imbarcarsi in una storia di un genere che da lettore non frequenta, perché è noto che per scrivere bene bisogna innanzittutto conoscere la materia in cui ci si infila, studiarla a priori. All’investigatore di Moscatelli, Crane, manca lo smalto dei tough guys della scuola americana e quando tenta di gigioneggiare al loro modo finisce pure col risultare un po’ ridicolo, perché quell’ironia risulta artefatta, scimmiottamento maldestro di un genere, dove invece l’ironia laconica dei Marlowe o degli Spade nasceva dal contesto, non era mai pretestuale né piazzata lì giusto per rendere cool il personaggio (o solo per quello). I dialoghi sono una delle punte di diamante di questo genere, ma nel romanzo di Moscatelli risultano non solo irritanti a volte, nella loro pretesa di essere divertenti, ma soprattutto – il che è più grave – tendono a sottolineare spesso informazioni che il lettore ha già acquisito di suo.
Il romanzo si apre con una sequenza onirica per poi, nel secondo capitolo, rigettare sul lettore tutta una serie di informazioni sul “caso” in oggetto del nostro protagonista, finendo però per ingolfare la storia ancora prima di partire. Storia che, va detto, è purtroppo un tantino scontata, non ci sarebbe neanche bisogno di arrivare alla fine per aver chiaro il “mistero” che essa pretende di sottendere. Senza contare che le fila delle indagini sono condotte e spiegate tutte nell’ultimo capitolo, quasi che le pagine precedenti il lettore le avesse lette per puro gaudio.
E con questa recensione, temo, I sognatori fuggiranno da questo blog come Ulisse da Polifemo. E ci avrebbero pure ragione, forse, ma purtroppo se un romanzo non mi va giù, non mi va giù, c’è poco da fare.

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