Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

The prestige (id., Christopher Nolan, 2006)

Sarebbe piaciuto molto a Orson Welles The prestige, con la sua identificazione tra illusionismo da palcoscenico e quello cinematografico (esplicitamente citato in forma metaforica, ma di evidentissimo significato), un film che prosegue il discorso autoriale di Nolan sull’ossessione umana e i suoi dilemmi etici da un lato e il racconto scandito da un tempo metamorfico, quadrato anziché lineare. Un quadrato che cela al suo interno una natura labirintica tesa a sottendere il dramma dell’intreccio, una forma sempre eccellentemente legata al suo racconto. Un gioco continuo di rispecchiamenti e doppi, di false tracce e illusioni di scena e di vita, con i campi che si sovrappongono in un funambolico spettacolo in cui – è evidente – il numero finale e più atteso è la scatola che quelle illusioni racchiude, il film stesso, e per estensione dunque, il cinema.
Per cui, The prestige pur essendo ambientato in epoca vittoriana finisce col tramutarsi in un apologo sul mondo moderno, una riflessione d’autore (ma con il piacere dell’enterteinment) su un mito filosofico apparentemente setacciato sino in fondo dal cinema e che invece ritrova qui nuova linfa. La dura lotta tra i due illusionisti (attori in stato di grazia, ma è Bale il vero numero) è soprattutto espressione di uno scontro etico, trasfuso in due ossessioni diverse, tra chi intende catturare l’essenza di un’arte sovrapponendola ai limiti della schizofrenia alla sua vita e chi si serve di escamotage moralmente terrificanti solo per riscuotere applausi, tra porte che aprono su un’intelligente illusione e altre che celano la botola di un cieco abisso. Ma quale che siano le motivazioni entrambi i contendenti ottenebrati dal gioco di scena ripagheranno successi e trionfi con privazioni d’affetti e tragedie familiari, in un circolo vizioso che pare raddoppiare sempre la posta fino all’incalzante confronto finale di una crudeltà shoccante, in cui il film sembra moltiplicare gli enigmi e i giochi di prestigio, per poi rivelare i suoi trucchi e “deludere” volutamente gli spettatori: svelato il trucco, anche il più grande artificio perde ogni magia, perché niente di reale compete con ciò che l’immaginazione può riempire.

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8 risposte a “The prestige (id., Christopher Nolan, 2006)

  1. deliriocinefilo 28 dicembre 2006 alle 13:42

    bellissima riflessione fra l’illusionismo reale, di finzione, cinematografico e il cinema, illusione nell’illusione. thanks

  2. Hawke84 28 dicembre 2006 alle 18:14

    davvero bella, vero!
    Il film sta conquistando un po’ tutti.

  3. UnoDiPassaggio 30 dicembre 2006 alle 1:21

    Bel post davvero. Anch’io avevo pensato a Orson Welles. Alla faccia della rivalità e dell’odio questo film sta mettendo d’accordo tutti. Chissà qual è il trucco. ^^

  4. gbanks 30 dicembre 2006 alle 13:35

    ho scritto un po’ la stessa cosa, su questo film.

    ma non ho pensato a welles, vedendolo: piuttosto, a melies.

    lo considero il migliore di nolan, che con batman mi aveva un po’ deluso.

  5. NoodlesD 30 dicembre 2006 alle 14:51

    @uno, meglio non svelarlo il trucco, potrebbe rivelarsi banalissimo LOL

    @gbanks, indubbiamente anche Meliès c’entra molto ogni volta che si parla di illusione e fascinazione… visiva.

  6. EchidnaArgenteo 8 gennaio 2007 alle 11:38

    Un capolavoro, d’estetica e struttura!

  7. Avag 12 gennaio 2007 alle 18:18

    ottima citazione quella di Melies visto che si rievoca il cienma degli esordi, a me pare che oltre il cinema, queso film abbia il potere di far rivivere la grande letteratura di fine ottocento..
    cmq non sono rimasta delusa anche se avevo gia’ capito “il trucco” di Borden e quello di Danton ben prima che fosero svelati.. 😉

  8. NoodlesD 12 gennaio 2007 alle 23:36

    ho notato che quel “trucco” lo abbiamo individuato tutti, quindi mi viene il sospetto che non fosse poi un vero… trucco, ma che Nolan non ci tenesse a oscurarlo. In effetti anche così il film va alla grande lo stesso.

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