Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

I figli degli uomini (Children of men, Alfonso Cuaròn, 2006)

Uno dei “problemi” della fantascienza, quando racconta il futuro, è il rischio di sopravvalutarlo. Per questo – a parte qualche caso – i veri capolavori (letterari e cinematografici) sono gli apologhi che raccontano la loro distopia in un mondo tecnologicamente alla pari col nostro, gettando però una luce oscura sul futuro prossimo. Il film di Cuaròn appartiene a questa categoria, inscenando un’apocalisse più che realistica, accentuando i conflitti e i problemi del presente, magmatizzati in un unico luogo-mondo, coacervo degli incubi dell’umanità post Duemila. Il futuro de I figli degli uominiè prossimo sia per una questione estetica (la città è la metropoli come la conosciamo, niente macchine volanti) sia per motivi di carattere cronologico (siamo “appena” nel 2027); e per questo è anche più terrificante, perché non fa che estremizzare (ma neanche tanto) paure e angosce dei nostri tg quotidiani tra rapimenti e incappucciamenti, attentati-bomba in bar e guerriglia, governi fascistoidi e organizzazioni terroristiche, rievocazioni del passato-presente (“I tuoi erano a New York quand’è successo?”), più l’accentuazione negativista di alcuni dilemmi scientifici (primo, ovviamente, il calo delle nascite, ridotto nel film all’inquietante annientamento dello zero) e xenofobici. Lo scenario non fa sconti né da una parte né dall’altra: il mondo sembra perso in una guerriglia persistente dove le ragioni dell’uno e dell’altro sono segnate entrambe da violenza e sopruso (anche se Cuaròn non si lascia sfuggire qualche puntatina ironica e quasi blasfema sulla “purezza” della moderna salvatrice).
La regia risponde all’imperativo “visionario-realistico” con la frequente camera a mano e piani sequenza di una perizia tecnica da lasciare senza parole, in più un cast d’attori praticamente perfetti da Owen magnifico ordinary man hitchcockiano, difensore “per caso” della donna-chiave (Kee) per la salvaguardia dell’umanità al fricchettone di Caine, passando per Julianne Moore. Unica pecca – ci risiamo – l’attrice che interpreta Kee, doppiata evidentemente da una Mammy in versione giovanile.

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5 risposte a “I figli degli uomini (Children of men, Alfonso Cuaròn, 2006)

  1. deliriocinefilo 27 novembre 2006 alle 0:56

    ci siamo, ecco il film anti-divisorio…

  2. Avag 27 novembre 2006 alle 18:43

    vabbe’ io me lo perdo..
    cmq l’ambientazione nel 2027 e’ obbligatoria se tutto finiranel 2040, no?
    😉

  3. UnoDiPassaggio 3 dicembre 2006 alle 15:24

    Il valore dell’ironia “blasfema” secondo me è sfuggita a molti. E’ grazie a questa se Cuaròn evita (o smussa di molto) la solita lettura cristologica. Figli degli uomini, non di Dio, appunto.

  4. carcavallo 7 dicembre 2006 alle 10:29

    Daccordo sul doppiaggio della ragazza di colore, ma andava sottolineato in qualche modo che si trattava di una “straniera”.

    Bravissimo Cuaron. Bella la citrazione estetica ai Pink Floyd.

  5. NoodlesD 8 dicembre 2006 alle 1:35

    vabbè ma c’è modo e modo per sottolineare… -_-“

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