Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

L’amico di famiglia (Paolo Sorrentino, 2006)

Per le strade dell’agro pontino si aggira un “benefattore”, un realizzatore di sogni a credito, simbolo e specchio deformato delle illusioni di un’umanità vacua e gretta, che non ha neanche il coraggio di andare fino in fondo ai propri sogni. Geremia de Geremeis è un usuraio quasi per ripicca, per rivalsa nei confronti di una vita e di un Dio che sembra abbia voluto riunire in lui tutto ciò che la gente possa additare a sprezzo. Geremia è brutto, sporco ma forse non più cattivo degli altri. Sorrentino si sposta ancora, dalla Svizzera verso Latina per raccontare un altro uomo che gioca con le leggi del noir, che tenta il cambiamento e il salto di qualità da una vita grama e ripetitiva succube del fascino di una donna.
L’amico di famiglia, ridotto all’osso, somiglia molto al film precedente del regista napoletano, rilevando però qualche difetto in più e non nella forma, ma nel contenuto. Sono tra quelli che condannerebbero coloro che tacciano Sorrentino di formalismo ad essere imbavagliati a una sedia come Alex a guardare 24 ore su 24 i film di Muccino. No, dunque, la forma di Sorrentino è anche qui agli altissimi livelli dei lavori passati; dove il film è un po’ carente è nei passaggi di sceneggiatura, nella delineazione del rapporto tra Geremia e la bella Rosalba, in specie nelle sue evoluzioni finali, dove non c’è alcun mistero su dove la donna stia conducendo il “benefattore” – anche se non manca comunque un certo colpo di scena. Altrove il film ha qualche momento di incertezza, ma niente che possa comunque azzopparlo più di tanto, neanche quel finale forse un po’ troppo sospeso, non solo per la regia del regista ma anche per le interpretazioni, tutte ai massimi livelli che offrono al regista il destro per ragionare con ironia e originalità sui “tipi” del noir, originalmente trasposti nelle paludi italiane.
E senza voler i togliere nulla a Rizzo – ne han parlato gli altri abbastanza – i miei preferiti restano la Chiatti (“dark lady” provinciale, ma soprattutto espressione di una femminilità vacua e del tutto priva di talento), la cui bravura recitativa è pari solo al suo inesprimibile fascino, e il cowboy padano di Bentivoglio, meravigliosa presenza scenica in bilico tra una caricaturale, impercettibile minacciosità e una fanciullesca aria sognatrice (di orizzonti western).

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6 risposte a “L’amico di famiglia (Paolo Sorrentino, 2006)

  1. UnoDiPassaggio 23 novembre 2006 alle 17:07

    Non l’ho ancora visto. Ma, se di formalismo si vuol parlare, per me Sorrentino è più formalista di Muccino. M’imbavaglio da solo, non ti scomodare. ^^

  2. utente anonimo 23 novembre 2006 alle 21:54

    Che t’avevo detto? 😉

    Ma solo io trovo che le incertezze, i “buchi” (o meglio, quelli denunciati come tali) siano assolutamente voluti?

  3. utente anonimo 23 novembre 2006 alle 22:00

    Ah, su una cosa credo si raggiunga tutti il compromesso: Laura Chiatti è splendida (commento strettamente cinematografico :-P)

  4. NoodlesD 24 novembre 2006 alle 15:20

    @uno, vai vai che ora arrivo col collirio ^^

    @cooper, mah non so. Non è che sian proprio buchi, ma passaggi un po’ bruschi forse.

  5. deliriocinefilo 26 novembre 2006 alle 14:53

    d’accordo con te noodles, passaggi bruschi ed affrettati, soprattutto dalle parti del finale.

  6. gbanks 27 novembre 2006 alle 13:01

    credo che la cosa che marca di più lo stile di sorrentino sia il suo rapporto con lo spazio.
    ha una connotazione antirealistica che secondo me lo mette un livello sopra i suoi epigoni italiani.
    e, soprattutto, il suo discostarsi nettamente dai temi usati e abusati del nostro cinema.
    il film è comunque splendido.
    anche se hai ragione, è un gradino (ma solo uno) sotto a le conseguenze dell’amore.

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