Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

Pavese, se non erro nel Mestiere di vivere, con una delle sue intuizioni geniali sottolineava come in fondo il piacere della lettura fosse nel ritrovare, in una forma esteticamente ineccepibile, dei pensieri che frullavano già nella nostra testa, ma che non avevano mai avuto occasione – magari – di magmatizzarsi specificamente. In questo senso leggere è un po’ un nostos, un ritorno continuo, a se stessi anche, e da questo riconoscimento forse nasce proprio quella natura intima che appartiene solo a quest’arte qui, che richiede assoluta solitudine e rapporto univoco tra lettore e libro.
Ma in senso più “banale” il piacere della lettura e di alcuni scrittori in particolari (almeno per me) sta anche nel ritrovare luoghi, parole e personaggi che rimbalzano da libro a libro, da opera a opera. Prendiamo il caso di Pirandello e Marquez, due scrittori lontani tra loro – non solo geograficamente e temporalmente – ma al tempo stesso avvicinabili per questa tendenza a popolare le loro diverse opere con gli stessi personaggi, circondando la loro intera produzione da un vincolo solidissimo che stringe storie e uomini e di romanzo in romanzo si producono in varie gesta.
In Pirandello è forse più un gioco “intellettuale”, un mutuo scambio tra diverse tecniche narrative (teatro, racconto breve, romanzo); in Marquez invece assume proprio un’affascinante misura affabulatrice, fondata alla base da quel micro-mondo-cosmo di Macondo, che è molto più che una metonimica invenzione romanzesca dell’America latina, ma proprio un ipermondo personale e universale, attraversato da personaggi sempre uguali che iniziano la loro vita in un romanzo e possono terminarla in un racconto, o apparire fugacemente nell’uno e trovare poi piena risoluzione nell’altro (Erendira). Il piacere – per il lettore, per me sicuramente – sta proprio nel gioco dello scrittore, nell’ammiccamento complice di sbalzarti in lungo e in largo per la sua produzione e darti un’idea meravigliosa di compiutezza, di un mondo parallelo e realissimo, che è poi l’ambizione stessa di ogni forma di racconto. Ma quando le storie si rincorrono – e a distanza di anni – tra pagine diverse è ancora più intenso il rapporto, perché rimanda un po’ al piacere dei romanzi d’appendice, alla sotterranea e confortevole curiosità di ritrovare e ritornare, crea un retroterra di familiarità in cui il lettore, anche di fronte a una nuova storia, si ritrova non spaesato ma già perfettamente ambientato, andando a pescare i ricordi dagli altri romanzi/racconti e fondendoli con quelli nuovi. Così la letteratura e l’opera omnia di uno scrittore come Marquez, in molta parte – giacché la sua produzione non si esaurisce coi Buendìa – diventa un puzzle attivo che invita il lettore a una concreta e stimolante partecipazione che lo porta nei meandri stessi della scrittura e del farsi dei romanzi. E non in un gioco perversamente intellettualistico, ma proprio nel piacere stesso dell’affabulazione, in un ritorno al mito stesso della narrazione, che è poi uno dei tanti altissimi meriti che si devono allo scrittore colombiano, aver ri-portato cioè la letteratura – in anni in cui si proclamava la morte del romanzo e si vomitavano fuori romanzi decostruiti, sfasciati, intellettualoidi, formalisti e spesso freddamente combinatori – alla sua ispirazione più antica e favolosa, ridonandole intatto il piacere del racconto, il vivir para contarla tipicamente marqueziano.
E il bello è che non si esaurisce nella sua opera, ma si apre a un dialogo ipoteticamente infinito con i romanzi e le storie degli altri scrittori caraibici*; il “gioco” diventa davvero divertente e intelligente per come assomma personaggi e fatti realmente accaduti ad altri inventati ad altri ancora ibridati o ispirati parzialmente alla storia del Sudamerica (primi fra tutti ovviamente le guerre civili e i dittatori, figure “mitiche” dell’America Latina).
Ma al di là di tutto ciò, alla rilettura, dopo il primo incontro col favoloso mondo dei Cent’anni, nel lontano ’97 ormai, il libro si riconferma non solo la sua natura di capolavoro, ma è soprattutto uno di quei rarissimi romanzi che non molleresti mai, che continueresti a leggere tutto d’un fiato, nonostante sia un poderoso affresco familiare di più di quattrocento pagine; è qualcosa che va oltre il concetto di capolavoro, di grande libro, è a uno scalino più su. Sono quelle storie che creano un vero mondo parallelo perfettamente credibile e riconoscibilissimo, in cui, ogni volta che sfogli le pagine, ritrovi una situazione, un sentire, una visione, un mondo intero appunto, una magia rarissima e impagabile.

*Lo mettono in luce alcune delle note dell’edizione dell’opera marqueziana dei Meridiani. Benedette edizioni filologicamente snob.

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2 risposte a “

  1. UnoDiPassaggio 12 novembre 2006 alle 13:31

    OT: scusa se imbratto il post “letterario” ma forse possiamo risolvere il problema feed (forse). dovresti linkare sulla homepage il bottone con http://syndication.splinder.com/onceuponatimeinamerica/rss2.xml
    Vedi un po’.

  2. UnoDiPassaggio 12 novembre 2006 alle 21:41

    OT2: No, Noodles, non funzionano. Qualcosa non quadra perchè passandoci sopra il mouse dà l’indirizzo giusto ma cliccandoci rimanda ad altro. 😦 …però mi sa che siamo sulla strada giusta…

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