Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

Miami Vice (id., Michael Mann, 2006)

In Miami Vice ci si immerge, più che entrarci, col suo inizio senza titoli, con le immagini e la musica da discoteca sparata a multi decibel, tra telefonini, corpi che danzano, folla, caos annaffiati da mojito a catinelle. Inutile focalizzarsi sulla trama che è il solito percorso a stazioni dei poliziotti infiltrati con tanto di bella del boss che ci sta con l’infiltrato; tutta la trama non è che il grande mcguffin del film, che permette a Mann di esplorare gli animi umani (e maschili), innovando pur nell’apparente codice glam, figo, cool. Per dire, la dark lady-pupa del boss non è stupida ed è fieramente indipendente e poi ha le fattezze Gong Li, la quale, è non solo una delle migliori attrici sulla piazza ma anche uno dei più rari esemplari di bellezza del genere umano, che qui troviamo in una forma e in situazioni del tutto inammissibili per il cinema cui ci aveva abituati.
Al centro del film duellanti in opposizione manicheista come in Heat; perché i film di Mann sono capitoli diversi di un western metropolitano, confronti tra uomini veri nettamente separati dalla linea morale della giustizia. Al posto dello scontro tra due titani stavolta c’è una coppia, ma restano le divisioni, da una parte la Giustizia e dall’altra il Male, senza possibilità di unione, come sentenzia il magnifico finale servito da un montaggio speculare – la specularità e il doppio, Sonny e Rico, i loro amplessi/balli/abbracci con le rispettive donne praticamente girati allo stesso modo, è uno dei temi del film – che rimette insieme i pezzi ma lascia le fratture, perché il tempo è probabilità ed entrambi possono finire nel caos notturno di città funestate da doppi giochi, traffici e sparatorie (eccezionale quella finale, quasi ai livelli di Heat).
Poi ci sarebbe la parte tecnica: ma che ne parliamo a fare? Lì Mann è un Padreterno. E uno dei primi grandi geni del cinema a usare il digitale, sfruttandone tutte le potenzialità: un obiettivo sempre mobile, basculante ma mai eccessivo e nauseante, che si incolla su schiene, colli, anche, costole, corpi, in una danza terribile e affascinante insieme: non m’era mai capitato prima di restare così affascinato da un’inquadratura sul collo di un personaggio dentro la doccia.

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11 risposte a “Miami Vice (id., Michael Mann, 2006)

  1. gbanks 29 ottobre 2006 alle 12:09

    concordo con la tua recensione.
    soprattutto perchè miami vice mi è sembrato troppo massacrato dalla critica, mentre invece mann resta secondo me uno dei migliori in circolazione, e questo film ne è una prova ulteriore.
    a dire la verità, però, ho trovato il personaggio di gong li e della relativa storia d’amore con farrell un po’ sui generis.
    il film deborda di iperrealismo, e in un certo senso, non so, cuba e tutto il resto mi è sembrato troppo da cartolina.
    ho compreso il ruolo fondamentale della donna sul piano della sceneggiatura, ma lo svolgimento mi è sembrato poco convincente, se non altro rispetto al resto del film.
    ciao ciao

  2. utente anonimo 29 ottobre 2006 alle 14:21

    Giusto un saluto che con Miami Vice non c’entra nulla. E’ che ho scoperto il tuo blog da relativamente poco, e sono abbastanza sconcertato da situazioni luoghi o personaggi che condividiamo: dal professor Iaccio a Porta di Massa, dalla onnipresente Feltrinelli al Cineforum del dottor Freud dello scorso anno… piccoli cinebloggers s’incrociano, insomma! 😉 Ciao.

  3. NoodlesD 29 ottobre 2006 alle 16:55

    gbanks diciamo che io sto in mezzo tra le critiche e i trionfi, anche se forse si capisce poco dalla recensione :p M’è piaciuto moltissimo, anche se non lo trovo ai livelli di Collateral. Ma è una cosa mia proprio, m’ha coinvolto meno.

    @cooper, allora ci siamo incrociati senza saperlo forse :p

  4. deliriocinefilo 29 ottobre 2006 alle 21:01

    uno dei migliori di mann. non parliamo di tecnica e di digitale poi, ho ancora la pelle d’oca…

  5. Avag 30 ottobre 2006 alle 12:35

    anche io ho preferito collateral, nel post tu confronti il film con Heat, io , forse per la scena d’apertura in discoteca che c’era anche in Collateral vedo MV come un proeguimento del lavoro precedente e anche le scene di sesso le ho lette piu’ come un esperimento di riflessi e luci che come un capitolo necessario alla trama, e cmq il finale e’ un po’ troppo buonista: le donne dovevano restarci secche entrambe

  6. NoodlesD 31 ottobre 2006 alle 15:04

    >le donne dovevano restarci secche entrambe
    LOL mitica avag! questa frase m’è piaciuta troppo.
    Non ho citato Collateral perché mi sembrava fin troppo evidente che MV ne sia una continuazione, soprattutto in fatto di sperimentazione stilistica. 🙂

  7. Hawke84 1 novembre 2006 alle 8:13

    anche qui..chetelodicoaffare!
    Ho persino usato la tua stessa espressione “western metropolitano”…
    😉

  8. NoodlesD 1 novembre 2006 alle 15:37

    be’ la definizione “western metropolitano” credo sia ormai comune a tutta la critica su Mann :p

  9. UnoDiPassaggio 2 novembre 2006 alle 2:51

    Basculante. Quanto mi piace questo aggettivo. Devo imparare ad usarlo. Appena lo vedrai apparire in qualche mio post saprai da dove viene. ^^
    (penso ai difetti minimi dell’ultimo Mann e mi sembrano perle preziose)

  10. NoodlesD 2 novembre 2006 alle 14:40

    sì è un aggettivo che ha il suo fascino LOL
    (verissimo -_- )

  11. CineSerialTeam 18 ottobre 2007 alle 12:12

    E’ stato sfortunato.
    Lo ritengo un grandissimo film, tra i primi 20 della mia personalissima classifica.

    W Mann.

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