Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

Il bello dei ricordi è che agiscono sul cervello a livello di immagini, con tutta la concretezza che ne deriva. Così l’impulso più forte è dato dal ricordo visivo, e rivissuto in tutta la sua completezza. Il ricordo è cinematografico per natura, ed è per questo forse che le scene dei film sono quelle che provocano maggiormente gli effetti nostalgici col proprio passato, quando cioè un film evoca in qualche modo misterioso un pezzo ben preciso della vita dello spettatore (Leone lo sapeva bene). La musica possiede lo stesso potere. Forse perché essa è totale astrazione e dunque, quasi per converso, favorisce il richiamo di un evento personale per ognuno e diverso per ognuno, grazie a una serie di note universali. Il codice del pentagramma nella sua assolutezza contiene tutte le storie di tutti noi e può declinarle facilmente: basta che si metta in connessione le note e la nostra esperienza.
Ieri mi sono ricordato di un momento della mia infanzia, un brevissimo istante al tramonto: me stesso tra i fossati della terra di mio nonno. Un’immagine di pace e felicità incredibile. Non farò l’errore di considerare – secondo uno stereotipo comune – quella felicità come migliore di quella che posso avere ora. La felicità è in fondo universale e sempre uguale, negli effetti benefici. Solo che, come si sa, noi tendiamo ad irradiare i momenti felici passati su tutto il resto del passato, finendo con identificare il momento con l’intero strato di passato. Un “errore” comune (e inconsciamente volontario) dell’uomo.
Però se mi guardo indietro, benché abbia solo ventisei anni, mi rendo conto che un decennio e più può mutare moltissimo i modi in cui un bambino vive. È un fatto che i miei cugini più piccoli non avranno l’occasione di vivere a contatto con la campagna come noi, di saltare per i fossati e cogliere le arance dall’albero e mangiarle sotto l’albero e gettare le scorze sul terreno. Rischiano di non sentire quasi mai l’odore della terra appena smossa dalla zappa e dall’aratro.
Sia chiaro, non voglio fare un discorso nostalgico: è un dato di fatto. Napoli e il nostro quartiere diventa sempre più una metropoli; da ciò ne consegue che la terra e il contadino spariscono o quanto meno si trasformano nelle loro versioni industriali e seriali. Non essendoci quasi più campagna, almeno nella mia zona dove prima ce n’era a bizzeffe, i bambini devono rinunciarci. Intendiamoci, la campagna c’è ancora, io stesso vivo in una villetta con giardino e piccolo orto annesso e mio zio vive a pochi minuti da noi praticamente dentro la collina, circondato da fossati e terra. Ma manca un po’ la terra coltivata – anche se ce n’è ancora – o forse coltivata con lo spirito artigianale dei contadini di un’altra epoca.
Ovviamente i bambini di oggi ci rinunciano senza problema: si ha nostalgia di ciò che si è conosciuto. Ma se una cosa non l’hai vissuta e non appartiene dunque all’immaginario dei tuoi ricordi, per te non esiste e dunque neanche puoi sentirne la mancanza. Ciò in qualche modo è la prova, sperimentata sulla mia pelle, di quanto nella nostra epoca le cose mutino in fretta. In soli dieci-quindici anni il mio quartiere s’è rivoluzionato e molto, entrando di diritto nella società del futuro. Che va bene sia chiaro, io stesso sono un prodotto legatissimo alla tecnologia e a ciò che essa offre. Ciò che voglio dire però è che fino a pochi anni fa potevamo ancora bilanciarci tra i due aspetti, rurale e tecnologico, entrandovi e uscendovi a piacimento, come in due vasi comunicanti. Vasi che invece oggi vedono sempre più stringersi le loro porte.
Prima dicevo di quel ricordo. Non che voglia tornarci, solo mi piacerebbe descriverne bene le sensazioni, ma mi rendo conto di quanto mi sia difficile. Il bello di quei flash della memoria (per dirla con Marzulo, sic!) è proprio la loro natura improvvisa, tutta raccolta e perfettamente significante nell’attimo stesso della loro riemersione dalla matrice dei ricordi. È qualcosa di estremamente difficile da rendere a parole, anche se in teoria viste le mie ambizioni, questo dovrebbe essere il mio pane.

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