Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

The interpreter (Sydney Pollack, 2005)

Trent’anni dopo Pollack torna sul luogo del “delitto”, raccontando una nuova storia di servizi segreti, ma lo spirito vitale del condor vola lontano stavolta. Si apre con una cruda scena di violenza, ambientati in Africa, che evoca con precisione millimetrica uno scontro che ha raggiunto ormai i suoi punti più bassi. Il resto del film, però, somiglia poco a questa sequenza, scorre molto più limpido, secondo una struttura da thriller hollywoodiano, con lo scarto però – va detto – dell’occhio di un regista comunque da non sottovalutare in alcune scene che lasciano il segno e in scelte narrativo-registiche non troppo scontate (prima fra tutte il modo di raccontare la storia tra il personaggio di Penn e quello della Kidman), coadiuvate da una direzione degli attori impeccabile che conferisce non poco del fascino dell’intero film.
Il primo tempo è tutto un crescendo di tensione, un accumulo di informazioni e misteri, di luci ed ombre, ma dopo la prima ora il film si inceppa, rallenta, inciampa su se stesso e gira un po’ a vuoto; senza contare che l’identità del “misterioso” deus ex machina dell’intera faccenda ci è chiara dalla prima volta che il personaggio entra nel film (ma va concesso a Pollack di rimescolare un po’ le carte nel finale su questo punto). Alla fine The interpreter finisce con l’essere un normale thriller con qualche caduta di troppo nel finale, un po’ troppo politically correct, viziato dall’eccessiva volontà di chiudere per forza in bene e di voler estrapolare una morale dalla faccenda, facendoti rimpiangere quel volto spaventato smarrito tra la folla, col bavero del cappotto alzato in una fredda mattina natalizia di un dicembre newyorkese… Ma tracciare un tale paragone sarebbe troppo indelicato per The interpreter, non solo e non tanto oggettivamente, quanto soprattutto per lo sproporzionato divario affettivo che separa i due titoli nel personale giudizio del sottoscritto.

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2 risposte a “The interpreter (Sydney Pollack, 2005)

  1. utente anonimo 23 luglio 2006 alle 16:30

    il divario credo si possa tranquillamente definire oggettivo e non solo affettivo.. 🙂

  2. NoodlesD 23 luglio 2006 alle 17:07

    sì mi sa che hai ragione, ma non volevo infierire troppo. poi alla fine la sufficienza la strappa sto film. ^^

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