Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

X files season 2

Parliamoci chiaro: c’è poco da dire. Perché se si inizia a dilungarsi non si fa altro che tirar fuori una sequela di aggettivi qualificativi e superlativi da far inorridire. Se la prima stagione aveva fondato il mito, qui viene decantato e messo a punto anche meglio. Ne vedono di ogni genere i nostri: vermi antropomorfi, vampiri, il diavolo in persona, alieni che non mancano mai, cloni, cannibali, rituali voodoo… e tutto trattato con una primigenia freschezza, con un eccezionale volontà di stupire e affascinare e terrorizzare, inventandosi le teorie più fantapossibili e innestandole a meraviglia con la vita privata dei due agenti (qui in particolare si raggiunge l’apice con episodi come One breathe, Colony, End Game, Anasazi…). E per coloro che amano il gossip qui c’è anche la prima (e a che ricordi, unica) relazione sessuale di Mulder con una tizia. Che manco a dirlo è una – sospetta – vampira. Che uno si chiede: ma chi è il vero freak?
Perché X files ha sempre giocato su questo, sulla realtà e sull’apparenza, sul Male che è annidato dove meno te l’aspetti e che è più “normale” e quotidiano di quanto si possa pensare, generatore dunque di una paranoia che è riflesso politico dei non facili tempi dell’America. Da questo punto di vista due sono gli episodi più geniali (e cito solo questi perché altrimenti sfocio nel megapost): Die Hand Die Verletz che ha un inizio straordinario, declinato in un modo assolutamente “normale” nei primi minuti per poi capovolgere del tutto ciò che abbiamo visto negli ultimi dieci secondi, in base soltanto a ciò che ascoltiamo e non vediamo. Come a dire che la visione è oggi fonte di distorsioni.
Il che ci porta ad Hambug, che è indubbiamente il miglior episodio mai scritto in tutta la serie, un capolavoro della tv americana moderna, geniale summa poetica di tutte le anime della serie di Carter: dall’ironia serpeggiante alla presenza di mostruosità, dal gusto del bizzarro a quello fantascientifico, dalle trame gotiche a quelle horror, dalla dialettica sessuale al TEMA stesso di X files. L’apparenza che inganna, la duplicità, la mostruosità celata dove meno ci aspetteremmo e il tutto distillato in dialoghi geniali per ironia e intelligenza (scritti non a caso da due belle menti come Morgan & Wong, autori degli script migliori del telefilm). E non solo, perché anche la regia gioca con le prospettive, con gli specchi, le doppie immagini, crea un’atmosfera sinistra per poi rovesciarne il senso e viceversa. E il tutto finisce classicamente e con scelta quasi inevitabile in un baraccone degli specchi, permettendosi di citare niente meno che il wellesiano The lady from Shangai.
E se non bastasse la stagione si conclude con lo splendido Anasazi, sorta di ricapitolazione e spinta in avanti, che poi termina come dovrebbe terminare ogni ultima puntata di una stagione: lasciandoti al mezzo, col fiato sospeso sulla sorte dei nostri. [Anche se col senno di poi, il bello è vederli uniti, l’ultimo episodio della seconda e il primo della terza, dato che sono praticamene tutt’uno. E se non erro la prima volta che fu trasmesso in Italia li trasmisero entrambi, uno dopo l’altro come un unico, grande episodio].

“You see, I’ve seen the future, and the future looks just like him…” [ Mulder in a classic GQ pose] “Imagine, going through your whole life looking like that. That’s why it’s left up to the self-made freaks like me and The Conundrum to remind people…”

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