Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

L’uomo in più (Paolo Sorrentino, 2001)

Sorrentino ci ha abituati – con soli due film – a un cinema intelligente, colto e insieme capace di emozionare come pochi, raccontando con originalità storie originali. Qui c’è in ballo niente meno che un tema come quello del doppio, accolto sia nei suoi spunti metafisici che realistici. Così la vita dei due Pisapia scorre ognuna per conto proprio, realisticamente avulsa dall’altra, due storie simili però, due uomini che non hanno in comune soltanto il nome ma anche una parabola vitale al cui apice quasi per una legge fisica deve trovare una sua caduta. E successivamente – se possibile – una sua risalita.
Ed è qui che i due excursus inizialmente simili finiscono soltanto alla fine per divaricarsi a forbice, senza però prima convergere al massimo possibile, in un incontro fugace in strada e in un secondo incontro catodico-metafisico, in cui le sconfitte dell’uno passano miracolosamente all’altro incaricato di rendere giustizia a entrambi. Ma non solo. Perché Tony e Antonio non sono accomunati solo dalle generalità (e l’insistenza sui nomi pare una costante di Sorrentino, si pensi a Titta) ma da un più inafferrabile fil rouge esistenziale che li tramuta in specchi che si riflettono a vicenda, così che ognuno diventi la materializzazione delle sconfitte e dei mostri del passato dell’altro (il sogno di Tony, il fratello/Antonio).
E dunque forse quell’uomo in più del titolo, fa riferimento non solo a una tattica di gioco dell’aspirante allenatore Antonio, ma riveste anche un ruolo metafisico più ampio: c’è forse davvero un uomo in più nelle vite di questi due uomini, e a uno di essi tocca uscire di scena perché l’altro l’abbia vinta sulla sorte avversa e possa, grazie alla distruzione dalla parte negativa rappresentata dall’altro, continuare a risalire. E forse questo ruolo è da sempre spettato alla parte vitalistica del duo, animato da una forza positiva e convinta, da quell’arte di arrangiarsi disperata ma inaffondabile che è tipica di un certo luogo comune campano. Così Sorrentino può permettersi di giocare e riprendere anche gli stereotipi di una cultura ma rifondendoli in parte con le leggi del noir – più sfumate qui rispetto a Le conseguenze dell’amore, mostrando però già quella stoffa stilistica, quella particolare originalità visiva (splendido nel finale il carrello intorno alla rete dell’aeroporto che si innalza poi in un’unica inquadratura a svelare uno dei misteri del film) che ritroveremo nel secondo film e – si spera – anche nell’imminente L’amico di famiglia.

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Una risposta a “L’uomo in più (Paolo Sorrentino, 2001)

  1. Holynow 7 maggio 2006 alle 7:25

    altro che “umile” blog! complimentoni!

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