Noodles Journal

Solo il mio modo di vedere le cose

Mater Natura (Massimo Andrei, 2005)

Prima di iniziare due premesse. Premessa uno: è la prima volta che vado a una prima con invito (s’è tenuta oggi che poi è ieri al Modernissimo di Napoli). Credo prima nazionale. La mia prima volta a una prima. Premessa due (che scaturisce dalla uno): ho avuto l’invito perché la mia casa e il mio giardino erano stati location del film due anni fa che esce dopo un po’ di tempo per vari vicissitudini (ma era stato a Venezia 2005 anche se doveva essere presentato prima – non so poi se ci è andato – a Berlino). In effetti è stato figo vedere la propria casa, la propria cucina e il giardino che si tramutano in ambienti diversi, che diventano luoghi altri, interpreti essi stessi di una realtà costruita e inventata, fuori dal mio quotidiano (sembra un Ghezzi da sottoscala, quindi finiamola qui con ste queste cose che non interessano a nessuno e veniamo al film).

Mater Natura racconta una Napoli, una delle tante facce di una città prismatica come poche (e non sto sviolinando solo perché sono partenopeo). L’idea è quella di ritrarre una città almodovoriana, di catturare la tavolozza più variopinta del mondo all’ombra del Vesuvio. Colori sgargianti, eccessivi, in linea con uno stile che trae linfa dal melodramma e dal musical (per i colori perché si canta poco) e apre continui squarci “teatrali”, siparietti che citano in salsa transgender classici del teatro (greco in particolare).
La storia è una storia d’amore con triangolo classico, se non fosse che al posto della donna c’è un trans, Desiderio, interpretato però da un’attrice, Maria Pia Calzone*, che è anche la migliore dell’intero cast: riesce a evocare l’ambiguità del suo personaggio senza esagerare, senza schiamazzi, senza effetti troppo eccessivi. Effetti che però sono poi variamente distribuiti tra le altre figure chiassose della storia, tra cui anche il/la neodeputato/a Vladimir Luxuria che modula la parte intellettuale – parole del regista alla presentazione – del mondo trans.
Il risultato è vario e curioso, con un continuo intreccio di stili ed eccessi “iberici” anche se è la maggior parte del cast resta intrappolata spesso in figurine un po’ stereotipate – e non aiuta certo che molti degli attori recitino come possono e non al massimo dell’immedesimazione (alcuni quasi sembrano snocciolare poesiole natalizie) – e volte Andrei abusa un po’ del presunto “istrionismo” di alcuni suoi attori e li lascia un po’ troppo liberi di (stra)fare, e male. La scena nella chiesa, il monologo dell’assistente del parroco, così come il battibecco della stessa col ministro di Dio, sono pezzi a se stanti, sganciati dal film e un po’ troppo macchiettistici per avere un senso all’interno del copione, che vorrebbero essere comici ma lasciano freddini. Lo stesso dicasi per certi quadretti di comicità un po’ facile, che schiacciano il piede sulla facile caricatura d’o’ femminiello. Mentre invece la sincera partecipazione del film sta proprio nel personaggio di Desiderio, interpretato con sobrietà e “normalità” dalla bravissima Calzone, nella sua storia con Valerio Foglia Manzillo (visto nel bellissimo L’imbalsamatore) – anche se chiusa in modo troppo brusco e con una scena girata con un’ingenuità al limite di trash cinema da sottoscala.
In effetti il film di Andrei si regge su equilibri troppo spesso deboli, tra riusciti racconti di vita intima, personale – retti soprattutto dalla bravura e dalla intensità della Calzone – e qualche puntata ironica e autoironica sulla vita dei trans, dall’altro su cadute facili su una comicità di bassa lega (per tacere poi di quella sorta di videoclip musicale alla playboy con tanto di trans/donna che lava la macchina e si inschiuma e via dicendo… uno dei momenti più bassi e ingenuamente ridicoli del film).
Ma rientra tutto nel calderone, in uno spettacolo bigger than life, in un’idea di cinema barocca e festosa, in una Napoli colorata ma non da cartolina, che conserva anzi tutti i suoi spigoli e le sue incomprensioni. Sulla scia – anche per i temi e per stessa ammissione del produttore e del regista – di un gusto almodovoriano non sempre retto con la stessa maestria (l’anima kitsch alla Roberta Torre spesso mal si amalgama con le sequenze più naturali e con pretese di facile sociologia – di certo l’aspetto meno riuscito del film), ma tuttavia specchio di un modo originale e personale di raccontare Napoli, secondo un gusto da fotoromanzo – cito ancora il regista. Tutto sommato non male, se si va oltre qualche trashata di troppo e una recitazione non sempre uniforme per l’intero cast.

* vestita alla prima in un’elegantissimo vestito bianco che molto lasciava vedere al di sotto. Davvero bellissima.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: